Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Ieri sera concerto piuttosto insolito al Traffic Club di Roma: in scena Arjen Anthony Lucassen, più o meno noto come signor Ayreon, icona, leggenda dell’ambiente hard rock, metal e progressive, legato anche ad un’altra serie di progetti con nomi e caratteristiche diverse (Star One, Ambeon, Stream Of Passion, Guilt Machine), ed Anneke Van Giersbergen, ninfa, ex vocalist di The Gathering, poi cantante solista e ospite di una quantità innumerevole di band e musicisti – eccezionale, e qui già citata, la sua collaborazione con Devin Townsend.

Qualche aspetto inusuale a casaccio: Lucassen fa pochissime tournée; non veniva in Italia da quasi 10 anni; in generale i suoi lavori sono articolati, strutturati, difficili da portare sul palcoscenico; la sua musica tende solitamente all’hard rock ed al progressive, e ieri sul palco erano in due, armati solo di microfoni e chitarre acustiche. Questo tour anticipa in effetti l’uscita di un disco a quattro mani (più il solito Ed Warby alla batteria) a nome The Gentle Storm, nato dalla voglia del papà di Ayreon di concentrarsi su un intero progetto assieme a quella che lui ritiene la miglior vocalist al mondo – e già questo, considerato il numero di cantanti che ha avuto attorno, dovrebbe bastare a dare un’idea di quello che è Anneke Van Giersbergen.

All’ingresso due tizi, un figuro barbuto con una chitarra elettrica praticamente senza effetti ed una donna con chitarra acustica e microfono, dipingevano un’atmosfera cupa e malinconica: si trattava dei Lenore S. Fingers, band calabrese che ha pubblicato recentemente un discreto lavoro gothic rock e che, coerentemente con l’atmosfera della serata, lo stava proponendo con la spina staccata. Bello e coinvolgente, la voce di Federica Catalano morbida, triste, molto intensa. Una piacevolissima sorpresa.

Il problema è che ad Anneke Van Giersbergen, venti minuti dopo la fine della loro esibizione, è bastato salire sul palco ed accennare due note per chiarire la differenza fondamentale tra una brava, forse anche bravissima, cantante, e una dea. Davvero non mi riesce di trovare una definizione migliore per spiegare cosa può fare, cosa può essere, la voce di Anneke – in una sera in cui aveva mal di gola e un po’ di tosse, peraltro. Ha suonato da sola per una mezz’oretta, in cui si è anche prodotta in un orribile sbaglio di tonalità che le ha fatto iniziare una canzone con la voce di un trans. Mentre tutto questo accadeva, Lucassen era in platea a godersi lo spettacolo.

Poi, convocato dalla collega ed osannato dai presenti, ha fatto il giro dell’edificio ed è entrato, prendendosi un’ovazione, in scala ridotta ma memorabile. Il pubblico era per lo più composto da ascoltatori di hard rock e metal, presso i quali Ayreon è venerato ben oltre il mito, ed il suo papà è considerato una leggenda, cosa che la sua capacità di scherzare invece di tirarsela rende ancora più evidente.

Emozionante, da brividi, sentire una con la voce di Anneke Van Giersbergen interpretare delle canzoni scritte specificatamente per lei alternate ad alcuni classici di Ayreon come “Childhood”, “Valley of the queens” e “The castle hall”, magnifico un pubblico che mentre i due sul palco ne eseguivano una versione scarna ed essenziale intonavano gli assoli e le parti strumentali – a volte prendendo delle stecche clamorose, a seguito di una delle quali Lucassen si è letteralmente ribaltato dal ridere. Da far tremare le gambe le cover di “Mad world” e di “A day in the life”.

Un concerto bellissimo in assoluto. The Gentle Storm replicano mercoledì 25 sera a Milano: chiunque si trovi in zona segua il consiglio e vada a vederli. Una che canta così merita a prescindere che la si stia ad ascoltare, a maggior ragione in una serata intima con un genio ad accompagnarla, capace di tirarle fuori tutto anche solo suonando una chitarra acustica. Certo, per i fan… Che concerto, per i fan!

Una postilla sui circa 250 presenti: quasi tutti entusiasti e pronti a tributare ai due musicisti una serie interminabile di ovazioni, mentre una parte chiacchierava insistentemente anche durante i momenti intensi e dolorosi dei brani più strazianti. Il mio ultimo concerto di musica indipendente è stato quello di Sharon Van Etten dello scorso dicembre: certo un pubblico che conosceva meno il repertorio dell’artista, sicuramente meno caloroso – di più sarebbe stato difficile. Però nei momenti più delicati, durante pezzi come “Afraid of nothing” o “I love you but I’m lost”, non si sentiva un fiato. Quelli di ieri sera certo sono stati più celebrativi, ma meno attenti, soprattutto ai dettagli. Peccato.

Annunci