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Da quando esiste il parlato nel cinema, una versione di un film per un pubblico di lingua diversa di quella in cui il film è stato recitato può essere prodotta in due modi: sottotitolando e doppiando. L’Italia si è specializzata nel doppiaggio. Altri paesi, come Belgio, Olanda, ma anche Stati Uniti, tendono invece a lasciare l’audio originale e sottotitolare i film. Dal punto di vista della cultura cinematografica, questo comporta una problematica non indifferente: gli italiani non sanno come recitano gli attori stranieri. Molte persone di mia conoscenza trovano incredibile che alcuni attori non abbiano mai vinto per esempio un Oscar, ma quante di queste li hanno mai sentiti, oltre che visti, recitare?

Ora, evidentemente, il doppiaggio presenta tanti problemi, come ad esempio l’intonazione, la durata delle battute, la sincronizzazione con il labiale. Per lunghissimo tempo, in particolare tra gli anni 50 e gli anni 70, l’Italia è stata famosa per avere una scuola di doppiaggio cinematografico tra le migliori del mondo. Probabilmente la migliore in assoluto.

All’epoca il cinema, in particolare quello hollywoodiano, aveva una struttura molto precisa, di fatto originatasi con il bianco e nero: impostazione teatrale, recitazione impostata, a volte quasi rigida (qualcuno ha detto Henry Fonda o Gregory Peck?), fotografia e ambientazione spesso addirittura solo accennate. Visti oggi, tanti film dell’epoca hanno scene palesemente costruite, i film girati all’aperto si riconoscono immediatamente. Allora gli aspetti principali di una pellicola erano la storia ed il suo sviluppo, mentre l’inserimento in un luogo fisico, nel mondo, erano un contorno che talvolta veniva messo in secondo piano o addirittura trascurato.

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, questo approccio è stato modificato in modo progressivo. Da una quarantina d’anni a questa parte, tutti gli aspetti di realizzazione di un film si sono sempre più orientati verso un pieno sfruttamento delle loro potenzialità, soprattutto in termini di realismo. Non solo la regia, le luci, la fotografia e la scenografia, ma anche, se non soprattutto, i ritmi ed i dialoghi. Gli attori non si prendono più tempi lunghi, non dialogano più in modo chiaro e scandito, ma interagiscono come lo farebbero nel mondo reale. Oggi i personaggi parlano, anche quando questo non è richiesto da esplicite funzionalità narrative, con accenti, inflessioni dialettali, espressioni popolari, slang e spesso in modo veloce o strascicato, magari addirittura sgrammaticato e mangiando le parole. Il tutto all’interno di schermi che illustrano realtà solide, tangibili, non in uno studio con scenografie atte a raffigurarle.

Il doppiaggio italiano, invece, è rimasto fermo immobile a 40 anni fa: anche i doppiatori più bravi (penso a Pannofino, quello che presta la voce a Gil Grissom di C.S.I., a George Clooney e a Denzel Washington, e uno ci deve pensare prima di realizzare che il doppiatore è lo stesso) usano sempre una voce chiara, con evidente utilizzo del diaframma, ed un italiano perfetto, con una dizione che se venisse utilizzata al bar provocherebbe pura ilarità. Chiunque parli, dal presidente degli Stati Uniti al figlio di immigrati privo di istruzione, non si apprezzano differenze stilistiche. Ove ci sono, è perché hanno una qualche importanza funzionale, e sono comunque realizzate in modo stereotipatissimo (l’italiano in America che parla con calata napoletana, l’accento da cameriere di ristorante cinese dell’orientale, il timbro spagnolo sempre uguale per qualunque persona che parli castigliano, dal madrileno laureato al gaucho delle Pampas, credo che anche il doppiatore sia sempre lo stesso), non in base alla consapevolezza che le persone non parlano tutte nello stesso modo, e che il modo di parlare è una dei primi aspetti che permette di caratterizzarle, come esseri umani, non solo come cliché.

Come conseguenza, un film americano (e non solo americano, potremmo parlare anche del cinema francese e dello sconfinato utilizzo di espressioni colloquiali, abbreviazioni, acronimi e via dicendo che ne caratterizza la lingua) del 2015 è realizzato con tecniche del 2015 e recitato con approcci recitativi del 2015, moderni e iper-realistici. Le scene non riproducono ambienti urbani con due o tre riferimenti (visivi o meno) atti ad ambientarle, come un bistrot all’angolo o il Chrysler Building sullo sfondo: New York è New York e Parigi è Parigi, e non c’è bisogno dell’edificio noto per capirlo. Nella sua versione italiana, i ritmi, le scene, la regia, la fotografia e le espressioni degli attori sono attuali e dinamici; il parlato è impostato, chiunque parla come un cattedratico a partire proprio dalla respirazione e la lingua è, salvo aspetti esclusivamente funzionali, quella del 1970, comprese espressioni colloquiali come “chiudi il becco” (traduzione irrinunciabile di “shut up”), che nella vita reale non utilizza nessuno.

Che tristezza!

Poi sorge una domanda: tutto questo non è una sconfortante metafora del sistema Italia nel suo complesso?

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