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Ecco una storiella davvero edificante.

Valentina Lisitsa è una grande pianista ucraina di etnia russa. È molto stimata a livello di ambiente musicale quanto di pubblico, ed è particolarmente considerata in quanto interprete di Listzt e Rachmaninoff – recentemente la Decca ha pubblicato le registrazioni delle sue esecuzioni dei 4 concerti per pianoforte del compositore russo. È anche una che, quando non è sul palco, si esprime, per lo più attraverso il suo account twitter, in modo aperto e controverso su alcune faccende di cronaca internazionale. Per ovvie ragioni, negli ultimi mesi ha preso posizione in modo netto, chiaro ed inconfondibile sulla guerra civile ucraina, sostenendo che il governo di Kiev, istituito dopo il rovesciamento di quello democraticamente eletto, è di fatto un regime dittatoriale di simpatie filo-naziste sostenuto da gruppi apertamente nazisti, e che nel Donbass c’è un aggressore – lo stato ucraino, che spara sulla popolazione – ed un aggredito che si difende – la minoranza filorussa. Tutte ricostruzioni che il mondo occidentale non vuole nemmeno sentir pronunciare, espresse da una la cui fama internazionale fornisce di un discreto megafono, al contrario della badante nata a Slavyansk, che dice esattamente le stesse cose ma non se la fila nessuno.

Oggi, mercoledì 8 aprile, e domani, Valentina Lisitsa avrebbe dovuto esibirsi con la Toronto Symphony Orchestra nel concerto numero 2 per pianoforte ed orchestra di Rachmaninoff. A quel che è dato sapere, qualche giorno fa le è stato comunicato che il teatro aveva deciso di rimpiazzarla, pur pagandola, per incitamento pubblico all’odio, fra l’altro, sostiene lei, intimandole di non rivelare le motivazioni dell’esclusione. Di fatto, le è stato impedito di suonare una delle composizioni pianistiche più celebrate della storia, che lei è nota per interpretare in modo magistrale, a causa delle sue opinioni e del suo esercizio della libertà di espressione.

Il tizio chiamato per sostituirla, Stewart Goodyear, non se lo è fatto dire due volte: ha accettato. Probabilmente, in un mondo passabile, in cui almeno tra chi si occupa di elevatissima espressione artistica i principi vengano prima delle beghe personali, avrebbe dovuto rifiutarsi per solidarietà con una che era a tutti gli effetti stata fatta fuori per un reato d’opinione. Non lo ha fatto, e tutti si sono magicamente trovati a fronteggiare le conseguenze delle loro azioni.

Sia la Toronto Symphony Orchestra che Goodyear hanno ricevuto una valanga di proteste: la prima per aver annullato, per pretestuose ragioni extra-artistiche, l’esibizione di un faro dell’interpretazione pianistica mondiale (c’è anche chi si è lamentato perché i post di dissenso sono stati rimossi dalla pagina Facebook della TSO); il secondo, probabilmente colpevole anche di non essere un pianista di livello comparabile, per essersi egoisticamente avvantaggiato della situazione senza nemmeno un moto di indignazione per come aveva ottenuto l’occasione di esibirsi. Alla fine, sommersa dalle polemiche, la TSO ha cancellato il pezzo solista dal programma dei concerti.

Il pianista di rincalzo l’ha presa bene: ha accusato i fan di Valentina Lisitsa di essere dei barbari che gli hanno impedito di suonare, di vivere la sua ribalta, senza peraltro nemmeno fare un minimo accenno al fatto che in origine la ribalta non era sua. Parte dei commenti che sono seguiti sono stati incentrati sul fatto che Valentina Lisitsa è effettivamente un’estremista eversiva, che sta dalla parte di un gruppo di terroristi assassini, e dunque merita l’emarginazione. Come se il problema fosse questo, come se il problema fossero veramente le opinioni della pianista ucraina, e non il fatto che, se la libertà d’espressione ha un senso, lei ha il pieno diritto di comunicarle senza che il suo lavoro, la sua espressione artistica, ne debba risentire.

Fermo restando che, anche se fosse stata invitata all’ONU a tenere un discorso, avrebbe dovuto poterlo fare in totale libertà di dire quello che credeva, a Valentina Lisitsa non era stato chiesto di parlare in pubblico, ma di sedersi al piano e suonare, e davvero non capisco quale vocabolo potrebbe sintetizzare la faccenda meglio di “ritorsione”. Il tutto, non dimentichiamolo, nel mondo che ha omaggiato i martiri di Charlie Hebdo. In modo stucchevole, ma soprattutto squallidamente ipocrita.

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