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Bjork - DebutNel 1993 sotto casa mia c’era un piccolo negozio che affittava CD ed io, da buon melomane in erba, ne ero cliente affezionato. Un giorno d’estate, dietro consiglio del proprietario, portai a casa il disco che lui stesso stava ascoltando nello stereo del locale, un disco apparentemente elettro-pop con venature dance di una strana tizia con gli occhi a mandorla ed un nome strano, che in realtà nascondeva molto altro. Era “Debut”, primo disco solista di Björk.

A casa, mi innamorai immediatamente di “Play dead”, poi vennero “Aerolpane”, “Venus as a boy”, “One day” e “There’s more to life than this”.

Due anni dopo, comprai “Post” quando da Ricordi lo stavano ancora sistemando sugli scaffali. Adorai “Hyperballad”, “Enjoy”, “Isobel” e “Headphones”, ed in autunno guardai con curiosità l’improvvisa notorietà planetaria di questo strano folletto dovuta al video di “It’s oh so quiet”, che rappresentava una sintesi della sua musica quanto il piano Marshall rappresenta una sintesi della storia degli Stati Uniti.

Seguì “Homogenic”, quello di “Joga”, “Bachelorette”, “Unravel” e “All is full of love”, che sul disco è un gioiello desolante, un agghiacciante grido nel vuoto che non ha niente a che vedere col trip-hop, quindi fu il turno di “Selmasongs” (“I’ve seen it all” con Thom Yorke, “New world”, ma anche la sconcertante “107 steps”) e di “Dancer in the dark”, un film bellissimo ed irripetibile – nel senso che dopo averlo visto una volta, dopo aver visto la povera Selma/Björk impiccata mentre canta, col cuore che si ferma e fa partire i titoli di coda, davvero, basta.

Arrivò poi l’orribile video di “Hidden place”, pezzo sontuoso, eterno, impossibile, ed arrivò “Vespertine”, che fu portato in tournée con un’orchestra sinfonica, un duo di musica elettronica, un coro inuit ed un’arpista. Probabilmente il punto più alto di una carriera interamente sopra le nuvole, dove non c’è nessuno, e di un biennio irripetibile, e non per lei, proprio per l’umanità.

Punto più alto che passò per Roma, per il Teatro dell’Opera, nel novembre del 2001. I biglietti del loggione costavano 80.000 lire – cifre assurde per l’epoca, ma immagino che il concerto avesse i suoi costi, compreso l’affitto di una sala da 2500 posti non precisamente economica. Andarono esauriti in poche ore, ed io mancai la messa in vendita. La sera del concerto ero ad un compleanno e, poco prima di mezzanotte, un mio amico ricevette una telefonata da una persona che conoscevo, che gli disse di salutarmi dall’uscita del concerto, a cui aveva oltretutto assistito gratuitamente. Tanto odio.

Bjork - VulnicuraSono passati quasi 14 anni da allora. Nel frattempo nella carriera di Björk sono intervenuti i dischi live per celebrare i suoi 25 anni di musica, il discontinuo ma frizzante “Medulla” (“Oceania” e “Triumph of the heart”), l’ancor più discontinuo “Volta” (ed è un peccato, perché picchi come “Vertebrae by vertebrae”, “Wonderlust”, “Declare independance” sono strepitosi, ma brani come “The dull flame of desire” sono imperdonabili), lo strepitoso “Biophilia”, a cui ha tra l’altro fatto seguito un’altra tournée eccezionale, documentata da un DVD uscito da poco.

Adesso è il turno di “Vulnicura”, che ancora ho esplorato poco, ma che sembrerebbe essere il disco meno sperimentale da vent’anni a questa parte, anche se certo non un disco rilassante. A novembre Björk compirà 50 anni, ma prima, il 29 luglio, passerà da Roma per l’unica data italiana del tour. Si esibirà nella Cavea del Parco della Musica: i prezzi dei biglietti sono una via di mezzo tra un cazzotto in faccia con la rincorsa ed una battuta di spirito di pessimo gusto.

Dopo aver polemizzato ed ironizzato allo sfinimento per anni sui ricatti emotivi del mondo musicale e sui lobotomizzati che li subiscono senza fiatare, io sarò lì, avendo speso 57,50 euro per un biglietto nella “tribunetta alta”, e verosimilmente felice di averli spesi. La degna fine di un rompiballe.

Chiedo solo un piccolo favore: passate all’incasso uno alla volta.

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