Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Joseph O'Connor - Yeats è mortoQualcuno ha letto “I Commitments”? Oramai sono in pochi anche quelli che in epoca recente hanno visto il (fantastico) film di Alan Parker, quindi immagino che il romanzo di Roddy Doyle sia pressoché scivolato nell’oblio, ed è davvero un peccato, perché, incentrato su una band di scappati di casa che decide di portare il soul nella zona nord di Dublino tra prove, concerti, speranze, risse e bevute, è uno dei più divertenti che io abbia mai letto. È scritto a tratti in forma di sceneggiatura, ci sono scene delineate solo utilizzando i surreali e vivaci dialoghi tra 10 persone chiuse in un garage che cercano di imparare a suonare assieme. Le battute sono esplicite e fulminanti, con le voci che si sovrappongono e seguono contemporaneamente tre o quattro conversazioni diverse, di modo che dopo un po’ non si capisce più cosa stia succedendo, chi stia parlando e chi stia mandando affanculo chi, fino al momento in cui qualcuno si impone e ristabilisce la calma a forza di urla.

Ecco, l’autore di tutto questo, del collega scrittore irlandese Joseph O’Connor dice che ha un grande orecchio per la comicità del parlato quotidiano. Che è un po’ come se Woody Allen dicesse di un regista newyorchese che è bravissimo a descrivere le insicurezze e le nevrosi dell’uomo contemporaneo, o come se Aristotele avesse scritto di un filosofo ateniese che con la logica ci sapeva fare.

Joseph O’Connor qualche anno fa decise che l’investitura di grande autore di dialoghi ricevuta dal miglior autore di dialoghi al mondo non gli bastava e, su incarico di Amnesty International per una raccolta di fondi, si cimentò in un’impresa singolare: prese un plot di una mezza specie di thriller incentrato sul presunto, e quantomeno difficoltoso, ritrovamento di un manoscritto inedito di Joyce nell’Irlanda dei giorni nostri, e contattò quattordici colleghi compatrioti, tra cui ovviamente Roddy Doyle, per realizzare la stesura facendo loro scrivere un capitolo a testa. E si noti, non in collaborazione, secondo un approccio, quello dell’opera a più mani, già utilizzato in passato – per quello che ne so, almeno su questa scala, introdotto dal lusinghiero “Lo zar non è morto”, romanzo apparso in Italia in epoca fascista a firma “I Dieci”, un gruppo di scrittori di ambiente futurista, tra cui ovviamente Marinetti. No, più una cosa del tipo “questi sono i primi due capitoli: tu scrivi il numero 3, che deve contenere questi sviluppi e queste informazioni, poi il tuo contributo si esaurisce; quello che succede dopo verrà gestito da chi scriverà il capitolo 4”.

Come non è difficile immaginare, “Yates è morto!” è un libro assurdo. Il primo, ovvio, motivo di interesse è che si tratta di un romanzo pindarico ed illogico, in cui diversi stili linguistici e narrativi si susseguono senza senso, paralizzando e smarrendo il lettore in un’esperienza affascinante e surreale. Il secondo, ancora più ovvio, aspetto curioso risiede nel fatto che ognuno degli autori ha sì inserito i tasselli richiesti, ma per lo più come sottotesto in un capitolo incentrato su tutt’altro, autonomo ed indipendente da quanto fin lì partorito, con il fine di disorientare il lettore e rendere la vita difficile a chi veniva dopo di lui – almeno fino al capitolo 9, quando il povero direttore d’orchestra si è ritrovato a mettere assieme i cocci e dare un senso all’opera imponendo a chi veniva dopo di lui di proseguire in modo almeno passabilmente coerente.

Flashback, inseguimenti, sparatorie, dialoghi assurdi, sviluppi ancora più assurdi ed una serie di cialtroni, poveracci e delinquenti all’inseguimento prima di una scia di sangue e cialtronerie apparentemente emersa dal nulla, poi del manoscritto inedito di Joyce (o forse non proprio di quello) mentre ognuno cerca anche qualcosa di molto diverso per i fatti propri, buona parte dei quali non erano probabilmente nemmeno previsti nel plot originale, rendono “Yates è morto” un romanzo folle e pazzesco, spassoso e labirintico. Un romanzo teoricamente leggero, che tuttavia richiede attenzione e concentrazione, perché perdersi nel caos di improvvisazioni a 30 mani che si fanno i dispetti è facilissimo, ma che ripaga abbondantemente lo sforzo, e può magari introdurre chi legge a qualche nome di un filone letterario – quello irlandese moderno, in cui il pulp alla Guy Ritchie è nato prima di “Lock and stock” – magnifico e sottovalutatissimo.

Un’esperienza esaltante, un libro imperdibile.

Annunci