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Un paio di mesi fa due amici milanesi (sì, uno dei due è il medico di Anneke Van Giersbergen) mi regalarono il catalogo della mostra dedicata a Steve McCurry intitolata “Oltre lo sguardo”, che avevano da poco visitato a Monza: consci (e talvolta vittime) del mio interesse per la fotografia, mentre si immergevano nelle immagini esposte, avevano pensato a me. Frequento anche persone eccezionali, a volte.

Il volume riporta alcuni scatti storici del grande fotografo americano, accompagnati da un breve dialogo tra lui ed una sua assistente, che, c’è da dire, riuscirebbe nell’intento di tratteggiarne la genesi e la volontà espressiva e narrativa in modo molto più compendioso se costei fosse stata più interessata a fare considerazioni e domande dettagliate che a spompinarlo. Non si può avere tutto.

Un paio di settimane fa la mostra si è trasferita a Roma, presso gli studi di Cinecittà. Ci sono stato ieri pomeriggio, e l’unica cosa che posso fare è consigliare assolutamente a chiunque da qui a settembre si trovi nelle condizioni di andarci, di non pensarci due volte.

Prima di parlare della mostra, vorrei concentrarmi su una considerazione preliminare che suonerà incredibilmente arrogante, ma d’altra parte questo è il mio blog e ci scrivo quel che credo. Una critica generale che mi sento di fare a Steve McCurry, a fronte della sua abilità inimmaginabile di cogliere le potenzialità espressive di un singolo istante e di riuscire ad immortalarla con una precisione, una potenza ed una bellezza che rasentano il divino, è il suo scarso utilizzo della decentratura: i soggetti delle sue foto sono quasi sempre al centro dell’inquadratura, il che per i ritratti in primo piano va benissimo, ma quando il soggetto è inserito in un contesto ambientale porta chi la guarda a concentrarsi molto sul medesimo e poco su ciò che lo circonda. In questo modo le foto appaiono studiate, si nota un po’ l’assenza di improvvisazione e casualità: chiaramente una scelta, che personalmente a volte non condivido. Fine della parentesi stile Hermione Granger.

Passiamo alla mostra. L’allestimento è singolare e può inizialmente lasciare perplessi. Lo spazio espositivo è unico, ed è suddiviso in piccole aree quadrate di un paio di metri di lato, aperte e comunicanti sugli angoli e separate da tende semitrasparenti, davanti alle quali, ad altezza variabile sulla base di parametri come la dimensione, la dimensione del soggetto e la definizione, sono appese le foto. La sala è buia e totalmente nera, le immagini sono illuminate dall’alto e presentate senza alcun apparente ordine logico, narrativo o temporale, le didascalie riportano solamente luogo ed anno dello scatto.

La conseguenza più ovvia è che ci si trova dispersi all’interno di un labirinto di immagini – un labirinto buio di immagini forti, sia cromaticamente che a livello comunicativo. Essere sopraffatti è un attimo. Per me, che, grazie ad un interesse personale ed al catalogo regalatomi dagli amici imbruttiti, ho un certo grado di conoscenza di Steve McCurry e di quanto esposto, è stato possibile fruire della mostra ad un livello diverso dall’esserne travolto. Per altri magari è più difficile, quindi prenderei in considerazione l’utilizzo delle audioguide. Consiglio inoltre di fermarsi a guardare i video riprodotti dagli schermi sistemati lungo il perimetro della sala.

Nota di grandissimo merito: le immagini più famose – la donna indiana con bambino ripresa attraverso il finestrino di un taxi, i bambini in guerra del Libano, Ground Zero, il pescatore birmano, i pozzi di petrolio del Kuwait in fiamme, i monaci bambini che giocano e naturalmente Shabart Gula, la ragazza afghana, di cui purtroppo mancava l’altrettanto bella B-side – sono sistemate come tutte le altre, non alla fine del percorso, non nel cuore della sala, in generale non tutte insieme. Scelta inusuale e molto intelligente.

Considerazioni personali: il fatto di conoscere alla perfezioni alcuni scatti, grazie all’allestimento ed al bombardamento emotivo a cui si è esposti, non ne attenua assolutamente l’effetto; ci sono inoltre alcune foto meno note che sono fortissime, dilanianti. Personalmente, mi ha steso la donna vietnamita in lacrime in auto.

Esperienza da fare assolutamente. Per quello che mi riguarda, anche più di una volta: sicuramente ci tornerò.

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