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Silence
He is here
Close to me
Warm
Not like me
Love is blind

Claire VoyantSembra una poesia: verso libero, nessuna rima, una piccola serie di immagini crude e dolcissime, l’abbandono ad un sentimento totale e soverchiante, e chiusura col cliché per impreziosire il quadro. Ma non è una poesia: è la tracklist di un disco, dal brano numero 5 alla chiusura. “Love is blind”, uno dei capolavori del gothic/dreampop, dopo due album in qualche modo diversi ed in qualche modo contigui, entrambi altrettanto se non addirittura più belli, di una delle band migliori del genere, i Claire Voyant: eterei, malinconici, ariosi e cupi, ventosi, autunnali. Una band raffinata e discreta, elegante ed incorporea, notturna e morbida, un trio di folletti, musicisti capaci ed artisti veri, capitanati da una vocalist impossibile, una voce inconcepibile, indescrivibile, mostruosa, una potenza sbalorditiva, una delicatezza struggente, una duttilità sconfinata, un calore soffice ed avvolgente, una capacità espressiva sconcertante, devastante, che i suoi compagni d’avventura sfruttano nei suoi toni più scuri, vellutati e velati e nei suoi angoli più forti e drammatici, senza essere mai forzati o patinati.

Victoria Lloyd non è una grande vocalist. Victoria Lloyd è la voce. Tutta la voce, l’alfa e l’omega. È inimmaginabile che possa esistere qualcuno più bravo di lei, qualcuno in grado di toccare corde oltre le sue; è finanche incomprensibile che possa esistere lei. Ci può essere qualcuno che canta cose più coinvolgenti di lei, ma qualcuno che canta in modo più coinvolgente di lei è solo e semplicemente escluso. Se esiste un’espressione terrena della divinità, è la voce di Victoria Lloyd, è Victoria Lloyd che canta: bella, straziante, travolgente, dilaniante, assurda, impossibile, meravigliosa. Bellezza e intensità, dolore ed estasi allo stesso tempo. La vita. L’universo e tutto.

Come ogni divinità che si rispetti, la voce di Victoria Lloyd illumina il mondo da un’altezza irraggiungibile per chiunque altro, mentre l’umanità può solo avvicinarsi a quello che lei fa con disinvoltura, ma si manifesta in tutta la sua inconcepibile potenza solo di rado e con un preavviso sottile. E quando succede non ci si alza più.

Ascoltare lo special di “Love the giver” è come farsi strappare il cuore dal petto. Una dimensione drammatica intensissima, elevatissima, insopportabile. È semplicemente troppo, è anche difficile capire davvero cosa sta succedendo e, dopo, conservare un’impressione nitida di ciò che si è attraversato, del fuoco in cui si è stati gettati, si è solo frastornati e sconvolti, da un lato desiderosi di averne ancora, dall’altro stravolti, esausti e quasi perplessi dopo venti secondi di tutto. Poi ognuno ha i suoi punti deboli, ognuno può scegliere da cosa farsi abbagliare e distruggere, si potrebbe dire lo stesso per il tempestoso il ritornello di “Her”, per quello drammatico e pomposo di “Silence“, per il solenne e tragico finale di “Elysium”, per i tenerissimi eppure strazianti bridge ed ultimo ritornello di “He is here” e per la stentorea ed dolorosamente amara chiusura di “Someday” – tutti, tutti frammenti paralizzanti a cui Victoria Lloyd conduce per mano attraverso minuti meravigliosi: la divintà non si palesa mai all’improvviso.

Già, “Someday”. Il finale di “Someday”. Una canzone distesa, sei minuti e mezzo, con strofe lunghe dallo sviluppo lento, quasi prolisso, cantate in modo triste e lamentoso, quell’improvviso alzarsi e calare sul fine verso che è un po’ il marchio di fabbrica dei migliori Claire Voyant, ed interrotte da un ritornello secco e potente, cupo, disperato, un crescendo che tende lentamente, diffusamente, inesorabilmente alla chiusura gloriosa e dilaniante, magnifica e disperata. Una fine che viene prima vagamente evocata, poi suggerita, tratteggiata, e quindi, quando si attende solo l’esplosione, eccola che parte, che deflagra, che mostra lo sfogo, il grido devastante, alla nota che chiude con la catarsi, tradita e spezzata, con un calo dimesso e spiazzante, l’urlo si strozza, rimane in gola, disorienta, ferisce, abbandona.

Il paradigma del mondo in un paio di minuti. Il divino è nei dettagli, e chi se non Victoria Lloyd dovrebbe saperlo?

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