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Patti Smith - HorsesSono arrivato a Patti Smith piuttosto tardi. Fino a pochi anni fa conoscevo solamente alcune canzoni che uno che si interessa di musica non può mancare nemmeno se ci si mette d’impegno – “Gloria”, “Dancing barefoot”, “Because the night” e ovviamente “People have the power”. Mi aveva sempre lasciato diffidente la fama di punk che si tirava dietro il suo personaggio, soprattutto perché io sono molto lontano, filosoficamente ancor prima che musicalmente (e musicalmente sono comunque lontanissimo) dal punk.

Ovviamente la morale è che non bisogna mai fidarsi di quello che dicono gli altri, nemmeno se con “gli altri” ci si riferisce più o meno all’universo mondo. Patti Smith non ha niente a che fare col punk, se non una vaga coincidenza temporale, tra l’altro approssimativa, se si considera che il suo disco di debutto, “Horses”, è datato 1975, mentre l’era punk si fa convenzionalmente cominciare nel 1977, anno prima del quale lei aveva già pubblicato quello che per me è il suo capolavoro, “Radio Ethiopia”, e dopo il quale avrebbe pubblicato “Easter”, quello con “Because the night”, scritta per lei da Bruce Springsteen – brano ed autore stanno al movimento punk come “Rocket man” di Elton John sta al rock progressive.

Patti Smith è una rocker ed una hippie, altro che punk. Anagraficamente grande abbastanza per aver vissuto il Sessantotto nell’età della ragione e per averne assorbito ed in seguito reinterpretato lo spirito con la sua anima aggressiva, libera e turbolenta. Dopotutto il Sessantotto è stato anche il rock maledetto e sporco di Grace Slick, Jimi Hendrix, Janis Joplin, non solo il folk di Bob Dylan, Joan Baez, Simon & Garfunkel.

Sono passati 40 anni dalla pubblicazione di “Horses” e circa 35 dalla sparizione di Patti Smith dopo l’uscita di “Wave”, ma lei è sempre la stessa persona: una rocker libera ed impetuosa che vive secondo le sue regole e ha la necessità fisica di esprimere quello che ha dentro, in versi e musica. A 68 anni non lo fa per soldi, divertimento o egolatria, al contrario di tanti altri che vanno avanti avendo esaurito, o quantomeno significativamente prosciugato, la loro vena creativa da tempo, proponendo materiale nuovo che poco o nulla aggiunge a quanto già detto, che vende perché c’è un nome gigantesco dietro, e consente loro di esibirsi in concerti mastodontici ed autocelebrativi fino all’assurdo. Lo fa perché ha bisogno di farlo, e di farlo come dice lei, proponendo materiale inedito che è comunque onesto, personale e molto sentito, e chissenefrega se non c’è dentro una nuova “Ask the angel”; lo fa in concerti di media affluenza, in cui la sua potenza umana, la sua passione e la sua personalità fanno impallidire i fantasmi di Bono, Mick Jagger e Vasco Rossi, che vanno a fare il bagno di folla di fronte ad uno stadio strapieno oramai privi dello slancio creativo e propositivo che li aveva portati a certe vette ed armati solo della loro carriera – “solo” per modo di dire, ovviamente, ma il “qui ed ora” non è certo la prima cosa che venga in mente guardandoli.

Patti Smith domenica 14 giugno sarà a Roma, a Testaccio, al festival Eutropia, a celebrare con un concerto i 40 anni dall’uscita di “Horses”, quello che inizia con “Gloria”. Suonerà con la band originale, il Patti Smith Group del 1975, un gruppo non precisamente di ragazzini, ma certo di grandi musicisti. E si esibirà soprattutto con il suo spirito, la sua libertà e la sua necessità di comunicare, raccontarsi e coinvolgere chiunque sia disposto a starla a sentire. Basta dare un’occhiata ad uno qualunque dei suoi concerti integrali che si trovano su youtube, quelli registrati nel corso degli ultimi 10 anni (a me piace quello di Montreux, 2005), per avere un’idea di quello che significherà esserci.

Io ci sarò.

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