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Delerium - PoemI Delerium sono una band insolita. Venuti fuori dal Canada alla fine degli anni Ottanta con un orientamento vagamente trance come side project dei Front Line Assembly, che con il trance ci andavano giù duri, aggiungendovi elementi ambientali e cori di tipo medievale, nel corso degli anni Novanta si spostarono gradualmente verso una forma musicale molto piena, ancora disseminata di elementi etnici e corali, ma caratterizzata dall’utilizzo di canzoni. Di fatto, ogni disco contempla aspetti progressivamente più legati ad un concetto indie/alternative.

Un secondo aspetto di singolarità riguarda le parti vocali. I Delerium sono Billy Leeb e Rhys Fulber e nessuno dei due canta. All’inizio la voce, peraltro poco presente, era quella di Kristy Thirsk, poi, a partire da metà anni Novanta, Leeb e Fulber hanno iniziato a fare quello che farei io al loro posto: invitare delle cantanti più o (principalmente) meno affermate, scrivere per loro dei pezzi lasciando loro la stesura o l’adattamento del testo, e costruire una musica da un lato coerente con la struttura dell’album in cui il pezzo viene inserito, dall’altro cucita addosso alle loro esigenze. Non delle esigenze tecniche, di quelle emotive.

I Delerium hanno un dono: riescono a tirar fuori apici di espressività che molto spesso le vocalist ospiti non hanno mai raggiunto nella loro carriera. Se si ascolta un disco dei Rose Chronicles si può apprezzare come la Thirsk sia in grado di volare tra le tonalità, i registri e semplicemente le note con una leggerezza mostruosa. Ma quando la si ascolta cantare i brani dei Delerium ci si trova di fronte ad un impatto da pelle d’oca. Espressione, comunicazione. Arte.

“Poem” fu pubblicato dai Delerium nel 2000, grosso modo modo a metà del loro percorso da band trance/ambientale ad autori di canzoni, e rappresenta un’antonomasia della virtù che si trova nel mezzo. È il disco perfetto dei Delerium: un sublime amalgama di tutte le loro anime musicali.

I brani sono lunghi, estesi, ma senza essere ripetitivi o prolissi, e comprendono un paio di pezzi di musica ambientale, tra cui gli oltre 10 minuti del finale, “Amongst the ruins”, per quello che mi riguarda il pezzo più fiacco dell’opera. Per approccio musicale e sonoro, ma soprattutto comunicativo, il disco ha un’unitarietà difficile da trovare anche in molti concept album ed opere rock, nonostante ogni singolo pezzo, tranne gli strumentali, sia costruito col fine principale di permettere alle singole vocalist (ma c’è anche un uomo) di esprimere quello che hanno dentro in modo aperto, sincero e coinvolgente. Persino i testi stupiscono ed affascinano, soprattutto per l’incredibile capacità di mettere in versi quello che esprime la musica.

È davvero meraviglioso, ad esempio, ascoltare strofe tristi, dimesse in “A poem for Byzanthium” e sentirle poi sciogliersi in un ritornello vivace e catartico, in cui Joanna Stevens afferma in modo tenero ma netto la propria personalità, mentre canta “here and now I feel that I’m embracing freedom, even though I may be alone, but that’s ok”. O, in “Innocente”, la voce carezzevole di Leigh Nash che sfuma lentamente e immergendosi in una musica dolce ma triste, invasiva, mentre ripete “I suppose it is the price of falling in love” quasi facendosi sopraffare. Brividi e tenerezza. E poi Katherine Blake che canta in inglese arcaico, Kirsty Hawkshaw che interpreta una ballata languida ed elegante. E poi tutto, tutto il resto.

Un disco travolgente: la musica, le sonorità, le voci (tutte), i testi, davvero ogni cosa è poesia e passione. Si potrebbe sostenere che alcuni brani siano un po’ troppo dilatati, ma si tratta di una scelta che permette a chi ascolta di indagare i propri sentimenti, goderseli e non farsi sopraffare e confondere da una valanga emotiva da zapping. 72 minuti (77 nella versione estesa) solidi ed intensi, in un continuum perfetto: ci si accomoda e ci si lascia trasportare dall’emozione. Un’emozione tranquilla, rilassante, che si prende tutto il tempo di entrare dentro e mettere le radici, qualcosa che non potrebbe fare con tale profondità con una compilation di singoli radiofonici da 3-4 minuti.

Un album unico e straordinario.

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