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Su queste pagine mi sono scagliato più di una volta contro il sistema economico immaginato, proposto e di fatto imposto e protetto dall’attuale establishment europeo, Merkel e BCE i testa, cadendo anch’io nella trappola semantica di definirlo “liberismo”, “neoliberismo” o “ultra-liberismo”. Anche molti analisti economici seri, oltre a gente impegnata in ambito politico e sociale, commettono il medesimo errore.

Chiariamo una cosa: il sistema economico verso cui tende buona parte delle politiche e delle scelte sociali dell’Europa e dell’intero mondo occidentale non è liberismo. Il liberismo è una dottrina economica che sostanzialmente crede che il mercato, in presenza di alcune condizioni di base come la concorrenza e l’accesso alle risorse, tenda intrinsecamente verso l’equilibrio senza nessun intervento esterno, e dunque che il settore pubblico debba limitarsi a legiferare, tra l’altro il meno possibile, per fare in modo che il mercato non sia drogato da disequilibri, rimanendone tuttavia sempre all’esterno: il mercato è sovrano.

Si può essere d’accordo o meno con questo approccio, che di fatto è un infiocchettamento del concetto di “homo homini lupus”. Io personalmente sono contrario, innanzitutto perché ritengo che un sistema, per dirsi democratico, dovrebbe garantire l’erogazione di alcuni servizi di base come l’educazione, la salute e l’amministrazione della giustizia. Uno può ritenere che chi non può pagarsi le cure mediche debba morire: per me è un discorso aberrante, ma uno squalo può ritenerlo giusto, tuttavia l’ipotetica giustizia decade quando a farne le spese è il figlio di 8 anni a cui il padre non può comprare un vaccino; lo stesso discorso si potrebbe fare per l’istruzione (quanto è democratico un sistema che non garantisce le stesse opportunità educative a tutti i bambini?) e per il diritto (quanto può dirsi evoluto un paese in cui alcuni diritti civili devono essere soppressi perché anti-economici?). E sono contrario perché trovo che esistano degli ambiti, come le scienze e le arti, che sono fondamentali per lo sviluppo umano, e come tali di pubblico interesse, troppo preziosi per lasciarne lo sviluppo alla brama di guadagno del committente.

Il problema è che tutto questo non è il punto. Come detto, il liberismo suppone che in presenza di alcune regole di base, come la parità di accesso alle risorse e la concorrenza perfetta, che devono essere dunque difese strenuamente, il sistema si aggiusta da solo e non necessita di interventi esterni.

Vediamo dome funzionano alcuni grossi mercati a caso, strategici nell’attuale mondo economico: i produttori di petrolio sono un cartello; le aziende farmaceutiche sono un cartello; i servizi di comunicazione via web sono un oligopolio, tra l’altro suddiviso in aree funzionali all’interno di ognuna delle quali c’è di fatto un monopolista (Google, Amazon, Facebook…); i produttori di tabacco sono un cartello; l’intrattenimento di massa è un oligopolio, oltretutto con barriere all’ingresso spaventose; i produttori di armi sono un cartello; i fornitori di servizi finanziari sono un oligopolio. Tutti questi cartelli ed oligopoli sono impegnati in feroci attività di lobbismo, lecito e spesso anche illecito – un esempio, quanti medici sono foraggiati da Big Pharma per sconsigliare i farmaci generici? Inoltre uno dei principali mercati aperti del pianeta, l’Unione Europea, è una confederazione di stati sovrani tra i quali figurano dei paradisi fiscali, che offrono un vantaggio competitivo a chiunque sia grande abbastanza da poterci spostare la sede – ricordo che le tasse sono un costo, ma la UE preferisce sgridare le librerie di quartiere parigine che si consorziano per fronteggiare il problema.

Dov’è la concorrenza perfetta? Dov’è la parità di accesso alle risorse? Dov’è il liberismo?

Chiunque difenda lo status quo, oggi, non difende il mercato e le sue regole auree, difende solo le rendite di posizione, di solito essendone parte in causa o ricevendo una qualche sovvenzione da chi le percepisce. Oggi i veri liberisti sono pochissimi, e sono di solito persone con cui si può discutere, perché sanno perfettamente che, se Adam Smith o David Ricardo si risvegliassero domani, sarebbero schifati dal mondo economico che si troverebbero davanti. Gli altri non difendono il liberismo: le parole sono importanti e bisogna chiamare le cose col loro nome.

Difendono il feudalesimo.

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