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Non ci sarebbe bisogno di discorsi lunghi e dettagliati: per descrivere efficacemente il concerto di Patti Smith tenutosi domenica sera al festival Eutropia presso la Città dell’Altra Economia di Roma, basterebbe scrivere una frase: quel che resta del Patti Smith Group ha suonato integralmente “Horses” – da “Gloria” ad “Elegie”, passando per le mostruose “Birdland” e “Land”, a cui ha attaccato in coda una ripresa del brano iniziale – per celebrarne i 40 anni.

Non serve altro. Non servirebbe nemmeno citare qualche pezzo a caso come “Pissing in a river”, dedicata a Pasolini, “Because the night” o “People have the power” (è bello sentirselo ricordare da una donna che ci crede veramente e non lo dice per tornaconto elettorale, qualche volta), suonato nella seconda parte del concerto, per ampliare la narrazione di un evento travolgente, unico, indimenticabile. Una serata imperdibile, con l’area dell’ex mattatoio piena ma non affollata – se penso che tra una decina di giorni uno come Tiziano Ferro terrà due concerti allo stadio Olimpico, il primo dei quali è già andato esaurito, vengo assalito dallo sconforto.

Alcune considerazioni a caso su una tizia di 68 anni che ha illuminato Roma con un’esibizione fortissima, abbagliante, emozionata ancora prima che emozionante.

Patti Smith è un esempio. Non come musicista, proprio come essere umano. Una donna libera, veramente libera, che dice quello che sente, quello che pensa, senza curarsi troppo di quello che pensano gli altri, che canta, suona, scrive, comunica perché ha bisogno di farlo, che parla con passione ed intensità a chi vuole ascoltarla, che sa come farlo, sa come usare le note, i suoni, la voce e soprattutto le parole. Una donna che non cerca il plebiscito, e nemmeno l’approvazione, quanto la condivisione, che valorizza la libertà sopra ogni cosa, perché prima di tutto sa che cos’è. La libertà di sbagliare, la libertà di dire “I don’t need this shit!” – libertà che tutti dovremmo ricordarci quotidianamente.

Patti Smith non sta su un palco per cantare, per esibirsi, celebrarsi o promuoversi: sta su un palco per comunicare e coinvolgere. Per dire quello che ha necessità fisica di dire, sia esso contenuto nei testi e nella musica delle sue canzoni, o sia lei costretta ad aprire parentesi e prendersi del tempo, mentre canta o tra un brano e l’altro: trova sempre il modo di farlo e di essere efficace, diretta, chiara.

Patti Smith ha un’energia infinita. Un’energia di cui mi ero fatto un’idea cercando qualche suo concerto recente su internet, ma che non potevo sapere come e quanto mi avrebbe travolto, una potenza, una forza ed un’intensità sovrumane. Fa quasi paura, e lascia sbigottiti e spossati.

Ci sarebbero da aggiungere tante cose. Potrei soffermarmi sulla solidità dei musicisti che l’accompagnano, sulla notevole qualità dell’amplificazione, anche al netto delle trovate estemporanee di un fonico in preda a non si è capito bene a quali allucinogeni, o sulla solita gestione assurda dei volumi, partiti con potenza insufficiente (“Gloria” col volume basso, porca troia!) e finita sparando altissimo, anche se temevo peggio. Ma si tratta di dettagli accessori, quasi superflui.

Il punto è un altro. Il punto è che i 55 minuti di “Horses” sono stati qualcosa di superiore al livello umano, emozione ed energia pure, molto oltre la musica. Sacerdotessa del rock, la chiamano. Io non sono tanto convinto: potrebbe essere, o potrebbe esserne direttamente la sposa. Dopotutto, il rock è un dio forse non monogamo e certamente non molto fedele, ma quando torna a casa torna da Patti Smith.

E domenica sera era a casa. Cazzo, se era a casa!

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