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Considerazioni sparse sul concerto di ieri.

Le CocoRosie si sono presentate in scena in modo molto diverso rispetto a due anni fa. Sierra, che l’altra volta era in vestiti civili, è entrata conciata come Scarlett O’Hara. Bianca ha scelto una specie di mise da clown, poi cambiata in una sottoveste rosa. Sierra è sempre molto più espansiva, giocosa e coinvolgente della sorella più piccola, ma negli ultimi due anni Bianca ha scoperto le meraviglie dell’attenzione: non più in penombra, molto più centrale anche nella comunicazione visiva, ringrazia, parla, gestisce la musica. Mi attendevo una ninfa discreta e defilata che trasmette un mare di emozioni dal suo cantuccio, mi sono trovato di fronte questa figura ancora decisamente bizzarra ma molto meno evanescente ed incorporea. Una sorpresa spiazzante.

Bellissimo il pubblico. Gente che per lo più le sorelle Casady le conosce, le ama, veramente, e ne rispetta ed ascolta in silenzio le esibizioni, pronta ad acclamarle nelle pause. Personaggi di varia natura, dalla punk in tatuaggio, canottiera e capelli viola al figuro barbuto con la maglietta di un gruppo metal passando da famiglie con bambini e cane e gruppetti di ragazze in vestito estivo. Decisa prevalenza femminile e discreta presenza di coppie omosessuali, cosa che avevo già notato nel 2013. Individui intenti a guardare e fotografare la congiunzione tra Giove e Venere in attesa dell’inizio dello spettacolo. Un bell’insieme di persone, che di certo in massima parte hanno con la musica un rapporto molto forte e che sono attratte da una comunicazione potente anche se non troppo diretta, che prescinde completamente dall’estetica, e di conseguenza deve colpire forte altrove.

Bianca e Sierra Casady sono meravigliose. Saprebbero coinvolgere gli alberi, se ce ne fosse bisogno. Non importa cosa cantino, non importa nemmeno conoscere o meno, riconoscere o meno i pezzi, qualcosa arriva. Sempre. Pretendono ed ottengono l’attenzione assoluta, mentre suonano, cantano, giocano, ma soprattutto si esprimono, comunicano e coinvolgono, in modo bizzarro, inaspettato, curioso, ma mai gratuito o forzato. C’è qualcosa di davvero difficile da capire in quello che fanno, qualcosa che però i presenti percepiscono perfettamente: raramente si sente vociare, anche durante i momenti più silenziosi dei brani, siamo tutti alla ricerca di godere fino all’ultima goccia di queste emozioni preziose, tenui, delicatissime. Dopotutto, chissenefrega di capire, basta esserne travolti.

Il beatboxer è un mostro. Dopo un’ora di esibizione lo lasciano sul palco a divertirsi per qualche minuto: è già difficile credere che produca tutto quello che sembra produrre quando accompagna la musica, uno ha il sospetto che ci sia un rinforzo da qualche parte, una base o cose del genere. Quando rimane da solo l’unica domanda possibile è dove abbia nascosto il tizio che lo aiuta.

Appunti sulla scaletta: solo “Werewolf” da “The adventures of Ghosthorse and Stillborn” (ancora una volta niente “Animals” o “Houses”, avrei ucciso per ascoltarle), niente “Child bride” e “Fairy paradise”. Degnamente sostituite, ma per me peccato: mi sarebbe piaciuto sentire più fari guida di una carriera accecante. Dopo circa un’ora e quaranta (cioè a mezzanotte e venticinque, grazie ad organizzatori che suppongono che chi frequenta certi eventi il giorno dopo possa starsene a letto a dormire) ed un solo bis, tutti a casa. Più o meno letteralmente, nessun banchetto per comprare materiale originale e magari farselo firmare. Meglio così, non c’era niente di nuovo da prendere ma avrei finito comunque per spendere dei soldi.

Due grandi artiste, sempre, comunque ed ovunque. Forse è anche sbagliato considerarle separate, forse l’arte, la passione sono proprio prodotte da CocoRosie, come entità unica, qualunque cosa sia. Qualcosa che vale sempre la pena andare a guardare.

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