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Perché prestiti diversi hanno tassi di interesse diversi?

Cominciamo dall’inizio: il tasso di interesse è una sorta di prezzo che chi chiede un prestito paga a chi glielo concede per usufruire dei suoi soldi. Questo prezzo è determinato da diverse componenti: le più importanti sono l’inflazione – il prestatore non vuole ricevere indietro un ammontare nominalmente superiore che consente di comprare meno roba che in passato –, la quantità di denaro in circolazione – se c’è molta gente che ha bisogno di prestiti e poca gente disposta a concederne, chi ha bisogno di prestiti si trova costretto ad offrire un ricarico superiore per accaparrarsi i soldi – ed il rischio di insolvenza.

Se io presto soldi ad una società solida, che genera utili e ha bisogno di liquidità perché i suoi capitali sono immobilizzati in attività che non le consentono di spostarli, sono ragionevolmente certo che il prestito verrà onorato. Se invece li presto ad una società in gravi difficoltà, indebitata e col bilancio in passivo, il rischio di fallimento c’è ed è molto concreto, e la società in difficoltà è costretta ad offrirmi un incentivo economico alzando i tassi di interesse.

Questo è quello che determina il mercato. Concedere un prestito ad un paese solido comporta la quasi certezza di rientrare, concederne uno ad un paese che rischia il default, no. Parlando di paesi, in un mercato con cambi flessibili, l’insolvenza non è in realtà l’unico pericolo da bilanciare con interessi alti: c’è da tenere conto anche della debolezza della moneta. Se la moneta si svaluta, lo stock restituito a chi ha effettuato il prestito è minore di quanto erogato. Si noti che in un regime di cambi fissi o addirittura di assenza di cambi (come nell’area Euro) questo punto non esiste: l’unico aspetto di aleatorietà di un prestito ad un paese in difficoltà risiede nella probabilità di insolvenza.

Ora, la scelta di comprare buoni del tesoro di un paese a rischio è del tutto libera, nessuno è costretto a rischiare, se non vuole. Se io compro buoni di uno stato che offre il 40% di interessi lo faccio per scelta consapevole: il 40% sarà anche allettante, ma è evidente che è offerto per bilanciare rischi di insolvenza molto, molto elevati. Se nel giro di due anni il paese va in default, ho semplicemente perso la scommessa: una scommessa che pagava molto ma prevedeva rischi enormi. Ma, si noti, io non ho perso tutto: in due anni sono rientrato dell’80% tramite gli interessi ricevuti. Se il paese fosse sopravvissuto anche per il terzo anno, io avrei comunque vinto la scommessa: anche senza rientrare dello stock, gli interessi avrebbero fruttato il 120% del capitale prestato.

Questo è più o meno quello che è successo in Grecia alla fine del decennio scorso: banche che avevano prestato soldi ad Grecia che era stata costretta a bilanciare il rischio insolvenza con tassi di interesse relativamente elevati si sono rese conto che rischiavano di non rientrare. Trattandosi di cifre elevate, siccome gli interessi non erano stati utilizzati come assicurazione in caso di default, parecchie di queste banche, per lo più francesi e tedesche, si sarebbero trovate in grosse difficoltà in caso di default greco. Ecco allora che si è attivata la Comunità Europea: ha nominalmente prestato soldi alla Grecia per consentirle di pagare i debiti, sostituendosi alle banche come creditrice. Di fatto l’Europa non ha mai dato soldi alla Grecia: ha trasferito risorse nelle casse delle banche francesi e tedesche rilevando il debito greco, salvandole da un probabile fallimento, senza chiedere in cambio nessuna assicurazione su un comportamento futuro meno scriteriato.

Adesso l’Unione Europea pretende che la Grecia paghi il conto, non solo restituendo tutti i soldi che le sono stati prestati ad un tasso di interesse che lasciava facilmente supporre un discreto rischio di insolvenza, ma anche facendolo nei modi e nei tempi dettati dalla UE medesima, che non ha nessuna intenzione di tenere conto del fatto che la Grecia questi soldi non li ha e non è in grado di tirarli fuori. In altre parole, l’Unione Europea, dopo aver salvato banche che avevano tentato di arricchirsi sulla pelle di uno stato in difficoltà senza volersene accollare i prevedibili esiti negativi, non domandando oltretutto nulla in cambio, pretende che la Grecia dia a lei quello che non era in grado di dare a loro, e che oltretutto lo faccia senza garanzie sulla sostenibilità futura del sistema greco, che dunque secondo la UE può nel medio periodo serenamente fallire. In pratica la UE è un creditore che lavora affinché il debitore vada in default.

Poi qualcuno mi spiegherà come si spera che uno stato in default onori i propri debiti.

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