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Non ho scritto niente dopo il concerto di Lauryn Hill della settimana scorsa per due ragioni, una concreta ed una un po’ più riflessiva. Quella concreta è che martedì mattina sono partito per una breve vacanza e non ho avuto tempo; quella riflessiva è che dovevo interiorizzare bene quello che era successo prima di poter esprimere delle opinioni argomentate.

La prima cosa che voglio sottolineare è che trovo inconcepibile come l’auditorium Parco della Musica non sia capace di offrire una qualità audio comparabile con quella di altre sedi di concerti estivi all’aperto come villa Ada o Eutropia. Una volta l’audio era buono ma basso, poi due anni fa c’è stato il Grande Disastro di Cat Power e si è passati ad un approccio diverso, che comprende un palco sensato ed un’amplificazione molto più potente, che però i tecnici evidentemente non sanno gestire: le casse sono poche e sfruttate al massimo, ad un livello che non sono in grado di sostenere con efficienza, alcuni suoni quasi scompaiono ed a volte è difficile distinguere i vari strumenti. Che una cosa del genere avvenga in un auditorium che fa pagare i biglietti della tribuna posticcia 40 euro è inammissibile, a maggior ragione se si considera che il problema non si verifica al Circolo degli Artisti – un tubo, peraltro col soffitto basso ed una parete di mattoni. Ricordo che il Circolo degli Artisti è chiuso: l’auditorium contattasse i fonici che ci lavoravano, loro sanno come amplificare un concerto rock.

Passiamo al pubblico: cavea strapiena, biglietti esauriti da tempo. Temevo un po’ l’effetto grande nome, e mi sbagliavo: persone entusiaste, estasiate di trovarsi davanti Lauryn Hill, proprio lei, che cantava i suoi classici. Davanti ai suoi capolavori, pezzi come “Lost ones”, “Ready or not”, “Doo-wop (that thing)”, “To Zion”, sono partiti dei boati che hanno fatto letteralmente tremare la terra, un delirio collettivo fantastico e contagioso. Bellissimo averne fatto parte.

Il concerto. Lauryn Hill si è presentata sul palco accompagnata da un esercito: batteria, basso, chitarra, tastiera, dj, tre ottoni e tre coriste. All’inizio ha imbracciato una chitarra acustica, si è seduta e si è dedicata ad omaggi, cover e qualche pezzo dal suo Unplugged. In alcuni casi brani strepitosi, cantati tuttavia con una voce un po’ strozzata, come se lei non ne avesse, o, più probabilmente, non fosse sicura di averne. Anche i continui conciliaboli con la band, talvolta anche durante le esecuzioni, hanno dato l’idea che ci fosse qualcosa che non la convinceva. Sembrava quasi che il concerto non fosse stato preparato a dovere, o quantomeno che lei lo percepisse come tale.

Dopo circa tre quarti d’ora Lauryn si è alzata, e, dopo una strana versione reggae di “Ex-factor”, il dj ha preso possesso della console e lei ha attaccato “Lost ones” (“it’s funny how money changes situations…”), che ha scatenato un’ovazione pazzesca, dando inizio alla panoramica dei suoi successi veri. Qui la voce si è fatta decisamente più sicura, più estesa, più rilassata, rafforzando l’idea della mancanza di fiducia della prima parte. Stessa cosa quando ha attaccato una serie di tre cover di Bob Marley, cominciando con “Jammin’”, accolta dal pubblico con un boato impressionante. Alla fine, su “To Zion” e “Doo wop (that thing)”, Lauryn si è addirittura concessa qualche acuto, come a ricordarci quello che la sua voce era davvero, e che probabilmente sarebbe ancora, se lei fosse capace di sentirsi a suo agio sul palco.

Un concerto, soprattutto nella seconda parte, davvero imperdibile per chi Lauryn Hill l’ha amata negli anni novanta: un po’ celebrativo, ma è stato davvero entusiasmante vederla e sentirla rifare pezzi ben fissati nella memoria emotiva di quasi tutti i presenti – soprattutto nella mia – all’interno di una serata musicalmente comunque superba. Lauryn Hill è una fuoriclasse vera, cristallina, immensa, si capisce anche guardandola così, in un’esibizione in cui le ferite inflittele dallo star system sono ancora palesi, perché la luce accecante dietro l’atteggiamento difensivo e prudente si percepisce nitidamente, ed ogni tanto esplode.

Speriamo abbia il coraggio di tornare ad usarla come guida.

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