Tag

, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Nneka, EutropiaIeri per la prima volta in oltre 20 anni di concerti mi sono trovato nella situazione di sapere esattamente cosa aspettarmi: ad Eutropia si è esibita Nneka, scricciolo tedesco di natali nigeriani del peso di una trentina di chili scarsi, cantante reggae con influenze afrobeat e qualche venatura di soul. Ma non sono pratico di questi generi, ci sarà qualcuno che saprà inserirla culturalmente meglio di me.

Fino a due mesi fa non l’avevo mai sentita nominare, poi ho letto del concerto, ho intravisto che qualcuno la paragonava a Lauryn Hill e ho iniziato ad informarmi. Il paragone è ai limiti dell’incomprensibile (forse ricorda più Erykah Badu), ma il personaggio è molto interessante. Come spesso mi capita, quando devo ascoltare qualche nome nuovo (a maggior ragione se si tratta di vederlo poi dal vivo), prima del materiale discografico, cerco qualche registrazione di concerti, perché è da lì che si capiscono molte cose, le più importanti delle quali sono le sue capacità musicali ed il tipo e la forza della sua comunicazione. Nel caso di Nneka, su youtube è disponibile (in qualità discreta, anche se con qualche fruscio) un concerto approssimativamente integrale di poco più di un’ora e un quarto, tenuto a Berlino nell’aprile 2015.

Se non piglio errore, la scaletta di ieri sera è stata la stessa di Berlino. Con un approccio diverso, ovviamente non è stato lo stesso concerto: Nneka non è una macchina che esegue automaticamente le sue canzoni seguendo un programma prestabilito, così come non lo sono i suoi musicisti. Però, per una volta, sapevo esattamente cosa attendermi dopo ogni applauso. E ho atteso con trepidazione alcuni momenti, alcuni brani, alcuni passaggi che ad ogni ascolto dell’esecuzione berlinese mi lasciano qualcosa.

La sorpresa è stata l’idea che invece a vederla dal vivo è stato in parte altro a coinvolgermi. Altri brani, certamente, ma è stata soprattutto lei, Nneka, a travolgere me e tutti quelli che avevo attorno con la sua forza, la sua intensità: un animale da palcoscenico che non sbaglia una nota ma contemporaneamente è del tutto evidente che non cerca la perfezione esecutiva, ma si concentra sulla necessità di comunicare, esprimersi e soprattutto, come ha ripetuto più di una volta, condividere. Sono stati anche i musicisti che l’accompagnano, una band solidissima in cui spicca, più che altro per la sua straripante presenza fisica e la sua potenza sonora, un batterista mostruoso. Un suono pieno, armonico, bello, senza ostentazione, un’amplificazione quasi perfetta (unica pecca, la tastiera poteva essere messa leggermente meno in secondo piano), dopo Patti Smith una conferma che l’impianto di Eutropia è di alto livello, almeno per una strumentazione acustica ed elettrica.

Un’ora e mezza magnifica, un’ora e mezza in cui io avevo supposto che sarei stato tra i più superficiali conoscitori del repertorio, ed invece non è andata così, perché l’area certo non era piena, ma non è stato nemmeno un concerto per pochi intimi, e molte persone sono venute a godersi una bella serata estiva pagando 12 euro, di fatto un paio di consumazioni al pub, convinte da amici, ascolti al volo o social media, e hanno fatto bene. Non molti fan, pochi profondi conoscitori, tanta gente curiosa, poi via via emozionata ed entusiasta. È più facile quando la prima a sentirsi così è quella che sta sul palco e canta.

C’è stato il tempo per esporre una bandiera celebrativa dell’antifascismo e dell’anticapitalismo, quello per un discorso sull’importanza dell’impegno in prima persona, perché tutti vorrebbero fregarsene della politica ma non è così che funziona, c’è stato il tempo per due spettacolari chiusure, quella prima dei bis e quella (attesa con sentimenti contrastanti, perché sapevo che sarebbe stato l’ultimo pezzo) definitiva, con “Pray for you”, per quello che mi riguarda sensazionale, dilatato all’inverosimile, sofferto e grandioso. E soprattutto c’è stato il tempo per tanta buona musica e tanta passione.

Un concerto eccezionale.

Annunci