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The Perks of Being a WallflowerSam: “You’ve never had a girlfriend? Not even like a second grade valentine?”
Charlie: “No.”
Sam: “Have you ever kissed a girl?”
Charlie: “No. What about you?”
Sam fa una pausa, abbassa il mento e fa un sorrisetto provocante: “Have I ever kissed a girl?”

Sam è interpretata da Emma Watson, diva emergente del cinema hollywoodiano dopo 8 film come Hermione Granger, che in realtà sarebbe da tempo una star consolidata, se non fosse che a 24 anni ha ancora una faccia da ragazzina. Sofisticata quanto si vuole, ma da ragazzina: confrontare con la coetanea Jennifer Lawrence per avere un’idea della differenza.

“The perks of being a wallflower”, in italiano “Noi siamo infinito” (una traduzione per una volta sensata e migliore di quanto possa sembrare, perché fa leva sull’altra faccia della tematica portante del film), per certi versi sembra un film del Brat Pack con 25 o 30 anni di ritardo, di quelli senza Molly Ringwald ed il suo personaggio stereotipato e noioso – tra l’altro, anche l’epoca di ambientazione è più o meno quella. Charlie, adolescente che nella vita ne ha viste e subite un po’ troppe, solitario e problematico ma intelligente e sensibile, inizia il liceo e, come gli capita pressoché sempre, si ritrova solo ed emarginato. La sua personalità schiva ed attenta ed il tempo passato in attività solitarie come la lettura e l’ascolto della musica lo portano ad essere culturalmente molto maturo per la sua età ed un ottimo osservatore, infatti il primo legame che stringe è con l’insegnante di letteratura che ne coglie subito il potenziale ed inizia a dargli dei libri extra da leggere. Poco dopo il vulcanico ed originale Patrick, studente dell’ultimo anno, lo prende sotto la sua ala e lo introduce nel mondo dei ragazzi più grandi, dove stringe amicizia con Sam – di cui ovviamente si innamora quasi subito, come chiunque guardi il film – ed altre persone molto interessanti e comincia a prender parte a feste ed attività collaterali, come la redazione di una rivista punk e la messa in scena del “Rocky horror picture show”.

Charlie si ritrova dunque molto occupato, e per di più facendo cose molto interessanti, solo che lo fa nell’unico modo che conosce, ossia defilando la propria persona e mettendo le necessità ed i desideri degli altri davanti ai suoi, perché la sua personalità chiusa vede in questo atteggiamento il suo modo di trasmettere affetto. Questa vita intensa gli consente di gestire gli improvvisi black-out di cui periodicamente soffre, che tornano tuttavia ad esigere attenzione quando si ritrova da solo o sente gli altri, Sam in particolare, allontanarsi da lui.

Il resto è per la verità piuttosto scontato, ma comunque raccontato e rappresentato molto bene, col giusto clima ed il giusto pathos, bellissime in particolare le luci ed i colori, con dialoghi brillanti e personaggi formidabili: su tutti Patrick e Sam, ma c’è l’imbarazzo della scelta, davvero, è una di quelle opere in cui l’approfondimento dei personaggi permette ad ognuno di scegliere il preferito, personalmente la mia scelta cade su Alice, sensibile e fuori di testa, e su Candace, acida e fragile nonostante la forza ostentata. Alla fine della fiera, accanto all’importanza degli affetti (perché tenersi occupati serve solo come palliativo, ancorché molto potente ed efficace) e di un solo, fondamentale e comprensivo insegnante nel processo di crescita individuale, emerge enorme un carpe diem, un qui ed ora stentoreo e potentissimo, assieme all’importanza della memoria, soprattutto quella emotiva, perché non ha senso buttarsi e vivere l’attimo se poi il giorno dopo si dimentica ciò che si era quando lo si è fatto.

Frase del film, assieme a “Have I ever kissed a girl?” di Sam, il “can Charlie come out and play?” di Patrick, così rendiamo giustizia anche a lui.

Realistico, divertente, ben fatto e ben gestito, profondo, e chissenefrega se a volte è scontato – ci sarà pure un motivo se certe dinamiche sono diventate un cliché. Bellissimo film.

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