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Murakami - 1q84Ho già scritto in passato a proposito di Murakami, arrivando ad augurarmi che vincesse il Nobel per la letteratura per la sua capacità di spingere il concetto di romanzo di formazione ben oltre i limiti convenzionali in opere come “Norwegian wood”, “Kafka sulla spiaggia” ed “After dark”. È quindi con enorme convinzione, e con la consapevolezza di non parlare spinto da un pregiudizio od una chiusura verso certi ambiti letterari. che sostengo come “1Q84” sia, fantozzianamente parlando, una cagata pazzesca.

Il romanzo in tre volumi (in Italia uscito in due libri grazie ad una gestione delle pubblicazioni ai limiti del demenziale, solo recentemente è stato reso disponibile un cofanetto in tre volumi distinti) è una delusione terribile, accentuata dal fatto che l’inizio è molto promettente e coinvolgente: pur trattandosi di un’opera di quasi 1200 pagine, non si adagia su una lenta e compassata introduzione, prende subito ritmo e presenta immediatamente almeno un paio di personaggi formidabili. Il problema è il tracollo che avviene a metà del volume centrale, quando il mistero che permea l’opera viene in parte svelato, mostrando una pochezza imbarazzante, un’assenza di idee mascherata da surrealismo spinto degna del peggior scrittore di romanzetti di genere, tracollo peraltro seguito da uno sviluppo inesistente, caratterizzato dal vuoto intergalattico narrativo – Murakami per buone 500 pagine non da veramente nulla da dire – e condotto attraverso un’estenuante sequela di deus-ex-machina al contrario, per fare in modo che gli sviluppi necessari non si verifichino ma tenendo sveglia l’attenzione del lettore.

In pratica il romanzo è concluso alla fine del secondo libro, forse anche un tre o quattro capitoli prima, peraltro in modo raccogliticcio e con un paio di trovate da scribacchino cresciuto a pane e scrittura creativa. Il resto è una favoletta morale al confronto della quale persino “La bella addormentata nel bosco”, col principe azzurro che tutto risolve, è un’opera complessa e psicologicamente approfondita. Anzi no, qui il principe azzurro è un trentenne che tiene la casa pulita e si stira le camicie, sia mai che la principessa porti in grembo il figlio di uno che lascia marcire un cavolfiore in frigorifero. Di uno con cui non ha mai parlato sì, ma che sia un maschio moderno ed emancipato, porca vacca. Una favoletta in cui solo una delle sottotrame ha una qualche sorta di sviluppo, peraltro lento e del tutto slegato dalla storia principale, e che è tenuta su da una suspense artificiosa ottenuta a mezzo di un mezzuccio davvero misero.

Tutto il romanzo è narrato da punti di vista diversi: nei primi due volumi si alternano le voci del principe e della principessa, nel terzo, che dovrebbe essere quello più forte dal punto di vista della tensione, ne viene aggiunta una terza – quella dell’orco, che è repellente esteticamente e cerca di ricostruire gli eventi (tutti perfettamente noti al lettore, un esercizio di masturbazione narrativa interminabile ed irritante) e di braccare i protagonisti. Il trucchetto consiste nel seguire uno schema di sviluppo parallelo tematico invece che temporale: in pratica, il cattivo riprende le fila di quel che succede ai buoni assieme a loro dal punto di vista narrativo, ma senza specificare quando, se prima, dopo, quanto prima o quanto dopo. Oltretutto il terzo libro (e non solo) è scritto presumendo che i lettori siano dei pesci rossi: ogni volta che succede qualcosa di significativo c’è il riassunto delle puntate precedenti. Ho capito che il romanzo è lungo, ma uno spiegone ogni 10 pagine mi pare un po’ troppo.

In tutto questo, Murakami si prende lo spazio per delle immagini e delle metafore da quarta elementare e per dei dialoghi talvolta addirittura da prima media. E non parliamo di chiudere le sottotrame e dare una spiegazione alle assurdità introdotte – non me lo aspettavo neanche, ma da qui al nulla c’erano diverse soluzioni intermedie facilmente percorribili. O forse no, se gli elementi surreali vengono inseriti per mancanza di ispirazione.

Un romanzo incomprensibile, banale, privo di idee e contenuti e costruito su delle fondamenta fragili ed inconsistenti. Una delusione cocente.

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