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Nel 1941, dopo il bombardamento di Pearl Harbor, gli Stati Uniti entrarono in guerra col Giappone, poi aprirono il secondo fronte in Europa contro la Germania, alleandosi niente meno che con l’Unione Sovietica. Roosvelt, uno statista vero, aveva infatti capito che in Europa c’era un problema – Stalin – ed un’emergenza – Hitler – e per debellare l’emergenza bisognava fare tutto il possibile, finanche allearsi col problema. Col quale ci sarebbe stato tempo per confrontarsi dopo, ad emergenza conclusa.

In Medio Oriente sono cinquant’anni che la politica degli Stati Uniti è riassumibile, nella migliore delle ipotesi, in questo paragone: è come se per combattere Hitler nel 1944, invece di invadere la Normandia e combattere personalmente contro i nazisti, gli americani avessero dato l’atomica a Stalin e gli avessero spiegato come usarla, per poi lamentarsi, cinque anni dopo, che l’URSS era una potenza nucleare. E dico nella migliore delle ipotesi perché a volte gli americani danno direttamente l’atomica, con relative istruzioni, a Hitler – vedi gli alleati sauditi, probabilmente il regime peggiore dell’intera regione, che sta al momento bombardando, armato e spalleggiato dagli USA, lo Yemen nell’assordante silenzio internazionale mentre muoiono centinaia di civili, lo stesso ISIS e già che ci siamo i Talebani contro Breznev trentacinque anni fa.

Lo stesso hanno fatto per tutto il secondo dopoguerra in America Latina, spalleggiando e sostenendo giunte militari di assassini contro lo spettro delle armate rivoluzionarie, ma anche contro dei semplici governi socialdemocratici regolarmente eletti. Oggi, 11 settembre 2015, non è solo il quattordicesimo anniversario degli attentati alle Torri Gemelle ed al Pentagono: ricorrono anche i 42 anni dal golpe di Pinochet contro Salvador Allende – Pinochet, quello della celeberrima stretta di mano con Henry Kissinger, uno che vedeva orde di comunisti ovunque si annidasse una visione del mondo diversa dal sogno americano. Almeno in Vietnam la figura di merda gli Stati Uniti andarono a farla in prima persona, infatti lì non ci sono intere fasce di popolazione che vogliono ammazzare qualunque yankee capiti a tiro.

Adesso il nuovo problema, almeno apparentemente, di quello che accade in Siria è che Vladimir Putin vorrebbe aiutare il governo in carica a fronteggiare lo Stato Islamico, non ergersi a paladino del mondo, tirare una bomba ogni tanto (magari colpendo installazioni civili) e nel frattempo cercare di rimuovere, con le buone o meglio ancora con le cattive, il dittatore in carica – presumo per poi lasciare una situazione analoga a quella lasciata in Afghanistan, Iraq e Libia, dove la gente si spara per strada e gli integralisti fanno quello che vogliono. Il tutto permettendo che la Turchia continui a fingere di bombardare il Califfato massacrando invece il vero nemico, lo stato del Rojava ed il PKK. Poi che Putin cerchi principalmente uno sbocco sul Mediterraneo è possibile se non probabile; resta singolare che gli Stati Uniti, quelli che nella zona hanno armato la qualsiasi su base di mero vantaggio contingente, lo confutino sostenendo che è meglio guardare le varie parti che si massacrano tra loro.

Ma forse in fondo Obama e Biden (quello col figlio nel consiglio d’amministrazione di una società ucraina che iniziò ad installare le infrastrutture per l’estrazione del gas naturale non appena “liberata” Slavyansk) hanno ragione: meglio entrare a Damasco, mettere su il solito fantoccio che non controlla nemmeno il colore delle sue mutande ma che compra armi americane in cambio di petrolio, e nel frattempo prendere un sacco di botte dappertutto scatenando l’anarchia nell’intero paese e concentrando l’intelligence ed il grosso delle forze sul vero avversario, quello che non può nemmeno essere nominato, perché se l’obiettivo fosse sul serio quello dichiarato dovrebbe essere il primissimo alleato degli americani – i Curdi, gli unici che, ad oggi, l’ISIS lo stanno combattendo, ed almeno arginando, davvero.

D’altra parte, quando mai non ha funzionato questa strategia?

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