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The theater equationE quindi ci siamo andati.

Diversi mesi fa, due amici milanesi mi chiamarono durante una serata di osservazioni del cielo per chiedermi se dovevano prendere anche per me un biglietto per assistere ad una proposizione di “The human equation” – impressionante capolavoro del 2004 di Arjen Anthony Lucassen pubblicato all’interno del progetto Ayreon in forma di opera rock con una decina di vocalist ospiti ad interpretarne le parti – in forma scenica a teatro a Rotterdam, con buona parte dei musicisti originari, tra cui James LaBrie, Heather Findlay, Irene Jansen, Magnus Ekwall, Devon Graves, Eric Clayton, Marcela Bovio ed Ed Warby, più Mike Mills ed Anneke Van Giersbergen a sostituire cantanti non disponibili, per la cifra di circa 45 euro. Risposi immediatamente di sì perché certe occasioni capitano molto di rado e la possibilità di ascoltare, tra gli altri, Marcela Bovio e Heather Findlay duettare sulle note di un album stratosferico ed emozionantissimo non volevo perdermela.

Theater equation poster full castSuccessivamente scoprii che non era previsto che Lucassen suonasse in nessuna delle quattro repliche della rappresentazione: un peccato, ma d’altra parte, prima di tutto il signor Ayreon era l’autore di tutto e l’esecutore di quasi tutto quindi in qualunque veste sarebbe stato quasi sprecato, in secondo luogo il signor Ayreon non è uno che vive i concerti e le esibizioni dal vivo con particolare semplicità.

Le quattro repliche si sono tenute nel weekend scorso: una venerdì 18, due sabato 19 (io ero a quella pomeridiana), una domenica 20 settembre 2015. Arjen Lucassen ha già confermato che verrà pubblicato un DVD relativo a questa esperienza – non farlo sarebbe uno spreco gigantesco.

Qualche nota per sottolineare cosa non è andato alla perfezione. L’utilizzo della forma scenica ha costretto i cantanti ad utilizzare microfoni ad archetto – in pratica, le pallette davanti alla bocca – e questo ha creato problemi a quelli che dovevano usare volumi molto diversi nel corso dell’esibizione perché, con l’amplificazione costante, non potevano regolare il volume della voce in uscita variando la distanza dalla bocca. Hanno sofferto di grossi disagi in particolare Clayton e la Findlay (la quale nell’intervallo deve aver fatto passare un brutto quarto d’ora al fonico perché dopo la sua voce suonava molto, molto meglio). In secondo luogo, Anneke Van Giersbergen era un po’ fuori ruolo nell’interpretare la paura, a maggior ragione perché la trascrizione era stata fatta su note altissime, se avesse cantato un’ottava sotto sarebbe probabilmente stata più efficace – meno spavento, meno ansia e più pressione, oppressione. Non era fuori ruolo, invece, Mike Mills che interpretava la rabbia, ma mentre nel disco Devin Townsend aveva creato un sentimento consapevole ancorché feroce ed ossessivo, la voce altissima del vocalist australiano l’aveva trasformato in un’ira isterica, impotente.

Passiamo a quello che è andato alla perfezione: tutto il resto. Un concerto sontuoso, un’opera incredibile, meravigliosa, un qualcosa di mai visto e probabilmente irripetibile, un’esperienza unica, forte, profonda, impossibile. Sembrava quasi strano esserci davvero, a guardare ed ascoltare una storia sentita e letta così tante volte, un miracolo di rock progressivo, metal e folk rappresentato davvero, lì davanti, con tutta quella gente, quelli veri, quelli che l’avevano inciso nel 2004.

Da menzionare in particolare, per quello che mi riguarda: Ed Warby, unico membro stabile di Ayreon a parte il suo creatore, che da dietro un separé ha suonato la batteria come una macchina, vestito come sempre in maglietta e jeans neri, un uomo a malapena visibile, un mostro musicale impressionante, capace di fare tutto e di farlo sembrare facile, naturale, disinvolto; Marcela Bovio, una delle poche donne al mondo ad avere una voce assurda, potente, elegante, morbida, duttile, ed una profondità interpretativa abissale, capace di metterci dentro tutto e forse anche qualcosa in più; Heather Findlay, su quel palco specificatamente per me, con la sua voce eterea, soffice, calda e dolcissima, credo di essere morto mentre lei e la Bovio duettavano durante “Day thirteen: Sign”, e se non sono morto forse avrei dovuto; il finale, LaBrie che si risvegliava e celebrava il ritorno alla vita in un crescendo glorioso, la musica che si è interrotta di colpo, il sipario che si è chiuso mentre il pubblico applaudiva entusiasta, il sipario che si è riaperto, la voce elettronica del Dream Sequencer che ha dichiarato concluso il programma “The human equation” mentre qualcuno ci si trovava all’interno, una voce che ha borbottato pensosa: “The human equation… Yes, I remember…”, il Dream Sequencer che si è aperto e ne è uscito Arjen Lucassen in persona ed il pubblico che letteralmente è esploso, tutti in piedi ad applaudire, urlare, acclamare il genio, non avendo idea di come fare a trasmettergli tutto il proprio apprezzamento, la propria gratitudine, il proprio affetto se non facendo tutto il rumore possibile.

Un’esperienza incredibile.

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