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Adesso l’Unione Europea ha bacchettato Renzi per la promessa di abolire la tassa sulla casa: meglio ridurre le tasse sul lavoro, se necessario aumentando quelle sui consumi. Siccome in Italia la politica, la politica economica e l’analisi economica sono intasate di tifosi, abbiamo una discreta pletora di personaggi che, pur di dare addosso al governo, sono saltati sul carro della UE, senza considerare il significato e le implicazioni delle sue raccomandazioni, che sono sbagliate per almeno due ordini di motivi: uno teorico, che prosegue nel solco tracciato dall’austerità e dai deliri di onnipotenza di Merkel e Schaeuble che stanno portando un intero continente al collasso, l’altro applicativo, che non tiene conto di alcune specificità italiane.

Partiamo dal primo. L’idea che sia economicamente vantaggioso tassare uno stock, come le case, invece di un flusso, come i redditi, è un errore macroscopico che qualunque analista economico vero conosce perfettamente: tassare uno stock implica un impoverimento del sistema perché si sottraggono valori che contribuiscono a formarne la ricchezza, che oltretutto discendono dall’accumulo di flussi già sottoposti in passato a tassazione.

L’idea che sia giusto tassare i consumi invece del lavoro (fermo restando che in Italia le tasse sul lavoro sono inopinatamente alte) discende per l’ennesima volta dalla bislacca idea che la produzione si attivi da sola se le condizioni sono favorevoli, non se c’è una domanda a stimolarla. Tassare i consumi è una manovra recessiva, perché implica un aumento dell’inflazione generato dall’esterno del sistema che, a parità di redditi, induce le persone a spendere meno, quindi in un calo della domanda aggregata, quindi in un calo del prodotto interno, quindi in un calo del reddito. Il PIL come funzione della domanda: una cosa che ai grandi pensatori economici dell’Unione Europea proprio non entra in testa.

Passiamo al secondo ordine di motivi. Le raccomandazioni UE vengono fatte con un generatore automatico di predicozzi che ignora le specificità congiunturali e strutturali di qualunque paese. Raccomandare a nazioni come la Germania, la Francia o i Paesi Bassi di tassare le case implica di fatto chiedere a quel paese di aumentare le tasse a chi ottiene un reddito significativo dagli affitti. In presenza di un mercato immobiliare decentemente regolato e di un sistema economico vivo, questo non si traduce automaticamente in tragici aumenti per i locatari, perché il proprietario è comunque incentivato ad avere la casa occupata, sia per ragioni fiscali che di mercato. In Italia c’è invece un numero maggiore di individui e nuclei familiari che fanno un mutuo per comprarsi casa, il tutto mentre il mercato degli affitti è inefficiente e nei centri urbani tantissimi appartamenti sono vuoti perché il canone di mercato è troppo alto.

In altre parole, a Roma chi ha una casa a via Belsiana accetta di tenerla sfitta perché nessuno si può permettere il canone ai prezzi di mercato, anche per via di salari e stipendi spesso ridicoli se non offensivi, ed al proprietario non conviene abbassare i prezzi, tra l’altro perché la tassa sugli immobili è uguale sia la casa occupata o vuota. A Parigi chi ha un appartamento sulla Rive Gauche non lo tiene vuoto, perché c’è un sistema economico che garantisce a professionisti di buon livello di potersi in generale permettere 60 metri quadri a Sanit Germain.

In Italia se si vuole iniziare a colpire il decile più alto della distribuzione dei redditi, e quindi fare una politica economica volta ad aumentare il reddito disponibile delle persone, non bisogna tassare la casa dietro l’assunzione che chi è proprietario di un appartamento sia necessariamente benestante, perché non è così: bisogna iniziare ad intervenire seriamente sull’evasione fiscale, ad esempio permettendo alle persone di detrarre dal reddito imponibile l’IVA pagata sui servizi offerti dai professionisti che più spesso evadono le tasse, inasprendo gravemente le pene per gli evasori e soprattutto bloccando la prescrizione al momento del rinvio a giudizio. Contemporaneamente si deve iniziare ad incentivare gli affitti, riducendo le tasse sugli immobili affittati, ed è inutile storcere il naso asserendo che così si fa un favore ai ricchi, perché qualunque imposta viene comunque caricata sul canone, dunque di fatto grava sulle spalle del locatario, anche se non è lui a compiere materialmente il pagamento.

Altro che le ricette preconfezionate e dogmatiche dell’Unione Europea. Ma tanto anche il governo brancola tra il buio e l’incapacità, o peggio la non volontà, di agire.

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