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Negli anni ottanta, durante il delirio reaganiano, l’edonismo, il monetarismo di Friedman che aveva portato gli Stati Uniti vicini alla bancarotta e diverse crisi debitorie paesi del terzo mondo, uno scrittore, Bret Easton Ellis, decise di narrare l’epopea di un decennio in un modo più cinico rispetto alle rappresentazioni mainstream, intendendo “cinico” nella definizione di Ambrose Bierce: “mascalzone che, a causa di un difetto alla vista, vede le cose come realmente sono e non come dovrebbero essere”.

Ecco dunque che lo yuppismo, quello dei giovani rampanti che uscivano dalle grandi università e si facevano strada con un atteggiamento aggressivo e spietato, assieme a tutti i cliché che gli giravano attorno, quindi le persone alla moda, bellissime, festaiole ed iperattive, venivano descritte con un tono disincantato: come degli egolatri a malapena consapevoli delle proprie azioni, e certamente ancora meno consci delle loro conseguenze, in massima parte cocainomani, dipendenti dal sesso ed emotivamente, ideologicamente, eticamente, culturalmente vuoti. Gente tendente alla sociopatia e strafatta di testosterone e sostanze psicoattive che inseguiva il mito del muoversi, dell’arrampicarsi, del fare strada il più rapidamente possibile, a qualunque costo e senza curarsi di nient’altro che di sé stessa, che quando era fortunata riusciva a gestire i propri vizi e le proprie dipendenze limitandosi a qualche fuorigiri ogni tanto fino al momento di mettere giudizio e limitare lo sballo a situazioni selezionate, quando era sfortunata finiva tossicodipendente e senza sbocchi.

Nei libri di Bret Easton Ellis l’eroe, o quantomeno il personaggio meno repellente, è quello che in opere meno ragionate veniva descritto come lo sfigato, quello che ragiona e prende decisioni impopolari che lo allontanano dal gruppo, quello che vede il mondo attorno a sé che si autodistrugge e non ha nemmeno la forza per provare ad impedirlo. Un ottimo esempio è dato dal libro, poi trasformato in film con protagonisti alcuni elementi del brat pack, “Less than zero”, che inizia col giovane e vincente Julian che ruba la bellissima ragazza, Blair, al secchione Clay, partente per l’università con l’intento di studiare davvero e non di passare quattro anni di stravizi, e prosegue con Julian eroinomane e la ragazza modella cocainomane perfettamente convinta di poter gestire il vizio come fanno tutte le persone attorno a lei ed il povero Clay, tornato a casa per le vacanze di Natale, che si trova davanti questo edificante quadretto.

In “Less than zero”, così come in altri libri di Bret Easton Ellis, non c’è la persona che si perde perché ha dei problemi: c’è l’intera società che lo fa, e il problema che porta alla perdizione non è un dramma personale, è la società stessa. In questo senso, la cocaina, l’edonismo, il narcisismo e la tendenza alla sociopatia non sono visti come un male in senso didascalico, perché Ellis non scrive operette morali: definiscono un mondo che può essere seguito solo anestetizzandosi e lasciandosi trasportare, senza farsi domande, senza essere consapevoli di quel che si fa – una critica sociale feroce, perché se si prova un senso di disagio leggendo certe cose è ora di farsi qualche domanda sulla società in cui si vive, non su chi tira cocaina il sabato sera.

Uno scrittore acuto e brutale, uno scrittore che io non amo molto per il suo spiattellare le cose a volte senza altro fine che quello di dipingere lo squallore, eppure uno scrittore fondamentale nel tratteggiare una realtà superficialmente scintillante e attraente, ma vuota e votata all’autodistruzione. La stessa società, in fondo, del broker della City che tira fuori una bustina di coca in metropolitana e la sniffa di fronte a tutti. Uno che sposta miliardi di sterline al giorno, arricchendo sé stesso e la società che lo paga profumatamente sulla pelle di milioni di persone, uno che se si prendesse il tempo di interrogarsi sulle vite che distrugge quotidianamente forse si suiciderebbe assieme a loro, e che si tiene occupatissimo e strafatto per sopravvivere al suo stesso cervello.

Servirebbe un nuovo Bret Easton Ellis per raccontarne la vita, il mondo, la follia.

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