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Prima o poi sarò in grado di scrivere qualcosa di sensato sul concerto che la Dave Matthews Band ha tenuto ieri sera, martedì 20 ottobre 2015, ha tenuto al Palalottomatica di Roma. Per il momento, sono solo frastornato da quello che è successo a pochi metri da me. L’unico commento che sono in grado di fare è che ieri sera pochi minuti prima delle otto e mezza di sera, e per le due ore e quaranta successive, ho avuto una rivelazione: la Dave Matthews Band esiste davvero.

Mi spiego: io non ho mai volontariamente sentito nemmeno una nota di materiale inciso in studio dalla Dave Matthews Band. Ho ascoltato solo materiale live, da quando, nel 2009, dopo aver letto ed ascoltato molti commenti a dir poco favorevoli, decisi di comprare a scatola completamente chiusa un doppio CD più DVD live (“Weekend on the Rocks”, che poi ho sostituito col box da 8 CD “Complete weekend on the Rocks”) che trovai a prezzo ribassato, circa 13 euro, in un negozio dietro casa. Ho visto decine di volte i DVD registrati a Piedmont Park di Atlanta ed al Central Park di New York, ho ascoltato decine di concerti integrali in CD ed mp3, concerti del tutto differenti anche quando registrati a poche settimane di distanza. La mia idea della Dave Matthews Band era vicina al concetto di idea platonica di un gruppo che suona dal vivo, anche perché fa letteralmente tutto quello che un gruppo che suona dal vivo dovrebbe fare – scegliere i pezzi, costruire un concerto ed un’atmosfera sempre diversi, suonare con una perizia mostruosa, improvvisare, rendere ogni esecuzione unica, divertirsi, emozionarsi, comunicare, sfinirsi. Un qualcosa che non ha una realizzazione pratica ed esiste solo in teoria, un ologramma, un ideale di musica. Invece non è così: la Dave Matthews Band è reale.

Esistono i suoi membri. Esiste veramente Dave Matthews che si muove in modo buffo e riesce a cantare di tutto con la sua voce tecnicamente limitata ed emotivamente infinita, esiste veramente Carter Beauford che fa i palloncini con la gomma mentre suona pezzi di una difficoltà mostruosa e ride in continuazione, esiste veramente Boyd Tinsley, grosso come un armadio, che si agita tutto mentre suona un violino che su di lui sembra un giocattolo, esiste veramente Stefan Lassard, silenzioso e presente, con la faccia concentrata e le dita della mano sinistra lunghe mezzo metro. Esistono Tim Reynolds, profilo basso e dita fotoniche, Jeff Coffin e Rashawn Ross. Sono esseri umani, o almeno sembrano esseri umani, ma comunque non sono idee.

Esistono le loro canzoni, o comunque vogliamo chiamare brani di un genere musicale inesistente che suonano solo loro, dilatati all’inverosimile, e loro le eseguono davvero in un modo sempre unico, esiste “Jimi thing” coi suoi assoli interminabili, esiste “Don’t drink the water” ed il suo incedere potente e drammatico, esiste “Seek up”, un inizio di una bellezza dilaniante, esiste “Too much”, esiste “Ants marching”, esiste “Warehouse”, anche se con l’introduzione modificata, niente ripetizione del giro di chitarra con le urla del pubblico. La perfezione di una band che riesce a bilanciare in modo inconcepibile perizia, emozione e divetimento suonando brani che per la maggior parte ho sentito un numero imprecisato di volte in parecchie versioni differenti, ed a fare tutto questo che una naturalezza sconcertante, esiste sul serio.

Non è che razionalmente non ci credessi, ma vederselo sbattuto in faccia con quella violenza da 10 metri di distanza è tutta un’altra cosa.

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