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E quindi la Francia va in guerra. Con un’originalità ed un’imprevedibilità degne dei grandi geni mondiali, 14 anni dopo l’11 settembre il presidente francese François Hollande pensa di affrontare il problema del fondamentalismo che gli è arrivato fino alla porta di casa utilizzando una ricetta inedita: bombardamenti, restrizioni alle frontiere, limitazione delle libertà individuali. Per mezzo del suo uomo istituzionalmente più importante, la nazione i cui abitanti, nel pieno di una serie di attentati nel cuore della sua capitale, hanno offerto rifugio agli sconosciuti che non potevano raggiungere un luogo sicuro mediante l’hashtag “#PorteOuverte”, risponde a chi vuole spaventarla e la odia perché è troppo aperta con chiusura, spavento ed odio.

Hanno vinto i fondamentalisti. Quelli che si proclamano islamici, perché la Francia di domani sarà un paese meno libero, meno aperto e meno divertente, e quelli che si proclamano nemici del fondamentalismo islamico, per gli stessi motivi. Sono anni che lo dico, i terroristi stanno all’Islam come i violenti al calcio: come questi ultimi vanno in curva perché, facendosi chiamare ultras, possono esporre vessilli fascisti, gridare il loro odio, fare a botte e devastare senza pagare vere conseguenze, cosìnel Medio Oriente gli invasati possono, facendosi scudo di Allah, armarsi fino ai denti, sparare, insultare, umiliare, spadroneggiare e plagiare le menti senza essere linciati dalla folla. Purtroppo questa usanza sta prendendo piede anche da noi – gente che usa divinità di varia natura, da Dio ai soldi, per schiacciare il prossimo ed imporre le proprie regole di vita.

Detto questo, a me sembra che ci sia un aspetto di questa faccenda le cui implicazioni si sta deliberatamente scegliendo di ignorare: il fatto che gli attentatori fossero tutti cittadini europei. Non per la misura ridicola dei controlli alle frontiere (infatti stamattina, 18 novembre, c’è stata una sparatoria a Saint-Denis, non nel traforo del Monte Bianco), ma perché essere cittadini europei significa aver come minimo passato moltissimi anni in Europa, non esser venuti chissà da dove col solo scopo di farsi esplodere al primo pretesto utile. Probabilmente significa esserci nati, e questo, in Francia, implica aver frequentato le scuole francesi, in mezzo a coetanei francesi, da figli, nipoti o discendenti di persone che avevano fatto il possibile per lasciare il Medio Oriente chissà quanti anni fa.

Questa impellente necessità di tornare indietro, e non tanto per ritrovare le proprie origini quanto per divenire una quinta colonna di quello che i luoghi di origine sono oggi, con i loro fondamentalismi che si inseguono e la loro violenza, evidenzia un rifiuto della propria realtà quotidiana, quella europea, per quello che mi riguarda inquietante ed inconcepibile. Volere la morte delle persone con cui si è cresciuti e si vive, adoperarsi per ucciderle in nome di luoghi di cui si ha al più un lontano ricordo, se poi lo si ha, è qualcosa che va molto oltre la mia comprensione, ma di sicuro certifica il fallimento delle politiche di integrazione e del sistema educativo della Francia e dell’Europa nel suo complesso. Non mi pare una banalità su cui sorvolare.

Io sono molto più spaventato all’idea che un individuo cresciuto in Europa, che è stato educato in Europa ed interagisce quotidianamente con europei si adoperi per uccidermi in quanto membro della comunità di cui lui stesso fa parte, che dall’idea che uno a cui piovono bombe in testa tutti i giorni anche se non ha fatto niente pensi di vendicarsi sulla gente che avalla tutto ciò. Qualcuno, Hollande prima di tutto, intende porselo questo problema, o preferiamo tutti voltare la testa dall’altra parte? Limitare le mie libertà e sparare contro l’ignoto, quando il mostro non solo lo abbiamo dentro casa ma contribuiamo quotidianamente a formarlo, evidentemente proprio con le nostre vite, è una reazione facile, che fa un grande effetto e che da appena 14 anni peggiora le cose. Continuiamo così?

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