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Un mesetto fa (a me lo hanno segnalato solo ieri), sull’Huffington Post Italia, è comparso un magnifico articolo che rappresenta una perfetta sintesi di come si possa fare disinformazione sessista mascherandola da informazione divulgativa scientifica.

Nello studio citato, 1200 uomini dell’area di Boston sono stati selezionati, per poi costruire, al loro interno, due campioni appaiati con caratteristiche demografiche, socio-economiche ed etniche simili, col fine di confrontare gli individui che pagano per fare sesso con quelli che non lo fanno. I due campioni, quello di “trattamento” e quello di “controllo”, constano di 101 unità l’uno, per una dimensione campionaria complessivamente modesta. Considerando anche le precise peculiarità sociali, economiche e culturali della popolazione da cui il campione è stato estratto, seguono forti perplessità sull’opportunità di generalizzare i risultati del confronto tra i clienti delle prostitute (che tendono ad avere una tendenza a considerare le donne come oggetti, a provare meno empatia nei loro confronti ed a preferire i rapporti impersonali) e il gruppo di controllo al di fuori della specifica area geografica selezionata.

L’articolo introduce inoltre una seconda comparazione, tra gli uomini che pagano per fare sesso e quelli che commettono molestie o stupri (le cui caratteristiche sono mutuate da uno studio esterno), e suggerisce che tra i due gruppi ci siano specificità comuni. Da un punto di vista puramente analitico questo, vista anche l’assenza di correlazione significativa, ammessa dalla stessa autrice principale dello studio Melissa Farley, tra il pagare per fare sesso ed il commettere violenza sessuale, suggerisce che la possibilità di andare con le prostitute in condizioni controllate sia una potenziale alternativa a sfogare istinti patologici su vittime non consenzienti, e dunque un argomento a favore della legalizzazione della prostituzione, e non contrario, come la Farley suggerisce. Tuttavia, la correlazione non significativa potrebbe anche essere dovuta alla scarsa dimensione campionaria. Il punto però non è questo.

Il punto è che nell’articolo dell’Huffington Post l’articolista, Johann Rossi Mason, scrive quanto segue: “Ma se Sparta piange, Atene non ride, visto che in tutti gli intervistati i ricercatori hanno identificato tratti marcati di mascolinità violenta e ostile, personalità narcisistica e preferenza per rapporti interpersonali senza alcun coinvolgimento emotivo”.

Secondo questa frase gli aspetti potenzialmente patologici del profilo dei clienti delle prostitute non sono analoghi a quelli dei molestatori, ma a quelli degli individui del gruppo di controllo, il che significherebbe che l’intera popolazione oggetto di studio (che, come già detto, ho forti dubbi possa essere veramente generalizzabile) ha caratteristiche di aggressività e scarsa empatia nei confronti delle donne.

Oltretutto, l’articolista propone poi frasi di puro stampo sessista come la seguente generalizzazione, figlia di una lettura disattenta ed ideologica che si propina cercando di non rendere esplicito che si sta travisando il già di per sé statisticamente discutibile studio originario: “Allo squallore si aggiunge la desolazione di un sesso maschile incapace di instaurare relazioni vere e sane che cerca sul marciapiede donne che non lo rifiutano”. Come, appunto, se il problema fossero i maschi in generale.

Prostituzione intellettuale, sessismo e pregiudizi mascherati da divulgazione scientifica. Complimenti!

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