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Esattamente queste parole, “Sarah makes it better”, si ripetono un paio di volte nel bridge che collega strofe e ritornello in “Stay”, traccia numero 5 e di fatto title track del terzo album dei Dubstar, per l’appunto “Make it better”, del 2000. Io conosco i Dubstar dal 1995, da pezzi sensuali e lascivi come “Stars” e “Not so manic now”, ed ascoltai per la prima volta “Stay” quando avevo una cotta non precisamente corrisposta per una tizia che si chiamava Sara, quindi non è che mi facesse particolarmente bene sentirla.

Sarah BlackwoodMa chi è Sarah? Sarah è Sarah Blackwood, classe 1971, vocalist della band, che evidentemente parla di sé stessa in terza persona. Inglese fino al midollo ed oltre, bionda, capello corto, espressione vagamente fredda ed irridente, ha un accento britannico che si percepisce in modo distinto anche sentendole cantare solo un paio di versi.

E cos’è che fa meglio? Beh, qui il discorso si fa più complesso.

Sarah, col suo cantato tra lo sprezzante ed il sensuale, riesce ad imprimere una fortissima personalizzazione alle sue canzoni, riuscendo peraltro anche a muoversi in registri diversi, dalla desolata rassegnazione alla dolcezza, dall’erotismo alle coccole. Fu la leader appunto dei Dubstar dalla nascita del gruppo, voce solista multicolore in tre dischi molto diversi, da un debutto (“Disgraceful”) con basi elettroniche invasive e chitarre a due dischi più suonati, il primo (“Goodbye”), lungo ed un po’ discontinuo ma costellato di gemme, i primi cinque pezzi (tra cui i superbi esempi di hit pop “No more talk” e “I will be your girlffiend“) ma soprattutto la straordinaria e desolante, ma sempre con una punta di impertinente ironia, “It’s over” (“I’ll face the ending, one message sent, it’s over; no more efforts, no more lies, it’s over”), il secondo breve e sintetico, con pezzi scanzonati (“I’m conscious of myself”, in cui Sarah chiede insistentemente “don’t you just love my ass?”) e riflessivi (“The self same thing”) ed un finale tenero e poetico che vale una carriera (“Swansong”), dopo il quale la band si prese una pausa. L’ottima miss Blackwood si riciclò allora con una band interamente femminile, le Client – inizialmente un duo, poi un terzetto con l’ingresso di una bassista, tra l’altro una ex modella con un metro di gambe.

Dal brit-pop lato elettronico all’elettro-pop vero e proprio, da una band incentrata sulla sua sensualità ad una con un taglio vagamente fetish ed in cui l’aspetto erotico era molto più che vagamente suggerito e lasciato al semplice cantato ed a qualche testo ironicamente spinto, ma demandato ad un sound più torbido e ad un approccio più sfrontato, a cominciare da un’immagine curiosa, basata su uniformi dai toni metallizzati con tacchi alti, abiti corti e guanti fin sopra i gomiti. Musica semplice, diretta, pochi fronzoli e molte linee semplici ed accattivanti, testi diretti ma mai espliciti, al contrario di quello che vuole una fama che non corrisponde al vero, probabilmente alimentata dal look molto più che da un ascolto anche solo vagamente attento, oltre che dal fatto che uno dei primi singoli della band si intitolasse “Pornography”. Brani multicolori ma sempre un po’ tesi, da quelli più spasmodici (“Lights go out”, “Can you feel”) a quelli più languidi (“Someone to hurt”, “It’s not over”), ma sempre frizzanti e godibili, e sempre con il cantato lascivo e morbido di miss Blackwood, qui molto diversa rispetto a quando era nei Dubstar, ma sempre ottima e terribilmente intrigante.

E quindi siamo arrivati alla risposta: Cos’è che Sarah fa meglio? Il pop, quello languido e sensuale. Poi magari fa meglio anche altro, ma quello purtroppo non lo so.

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