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Che cos’è Star Wars? “A new hope”, “The empire strikes back” e “The return of the jedi”: cosa sono questi film?

Star Wars è un poema epico. Al di là dello spazio, delle astronavi, dei cannoni laser, della Death Star, dei pianeti e delle creature con nomi assurdi ed impronunciabili, Star Wars è un’opera che si cimenta con i più importanti cliché della letteratura e della storia umane, concetti ancestrali come il giovane eroe guidato dal vecchio stregone, il rapporto col soprannaturale, la resistenza contro un potere oppressivo, in cavaliere oscuro, la damigella in pericolo, il complesso di Edipo, i duelli cappa e spada, la redenzione, il trionfo del bene. Il fatto che sia stato ambientato “tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana” non ha nulla a che vedere con la fantascienza, è semplicemente un artificio per collocarlo fuori dal tempo e dallo spazio e costruire un immaginario. Più o meno lo stesso principio per cui Ulisse si scontra con ciclopi e sirene e supera le Colonne d’Ercole, il senno di Orlando deve essere recuperato sulla luna, e via dicendo.

Di fatto, assieme a “Il signore degli anelli” con i suoi elfi ed orchi nella Terra di Mezzo, la trilogia originaria di Star Wars rappresenta per l’età contemporanea ciò che l’”Iliade” e l’”Odissea” sono stati per l’antica Grecia, una sorta di mito atto a raccontare l’uomo e la sua vita, le sue passioni, le sue tribolazioni, il suo rapporto col mondo, l’universo e l’ignoto. Ovviamente, proprio come i poemi omerici, quest’epica moderna è raccontata utilizzando gli strumenti del proprio tempo – la letteratura ed il cinema.

Più precisamente, “Il signore degli anelli” utilizza la forma del romanzo come era a metà del ventesimo secolo, che non è la stessa di Zola e Verga e nemmeno quella di Wu Ming e Murakami, mentre Star Wars usa il gergo cinematografico degli anni ’70 ed ’80, molto diverso da quello di “Il buio oltre la siepe” e “Psycho” così come da quello di “Pulp fiction” ed “Inception”. In pratica, il contenuto dell’opera è universale, forma e contenitore no, anzi sono specifici e confinati nel periodo di realizzazione dell’opera.

Ora, io non dubito che “Il risveglio della forza” possa essere un bel film, e nemmeno che, con gli occhi del 2015 che hanno visto Spike Lee e Christopher Nolan, possa essere anche tecnicamente migliore di “Una nuova speranza”, che dopotutto, se analizzato punto per punto, è pieno di inesattezze, dialoghi assurdi ed imbarazzanti e buchi di trama, tra cui i famosi 12 Parsec utilizzati come misura di tempo. In fin dei conti, anche “Romeo e Giulietta”, se smontato riga per riga, battuta per battuta, risulterebbe colmo di stupidaggini, ma “Romeo e Giulietta” racconta l’essenza dell’amore, non una storia d’amore.

Il punto è che i cliché sono cliché per un motivo: perché fanno parte dell’essenza umana, almeno di quella che conosciamo. Nel 1977 George Lucas, con mezzi contenuti, attori a volte modesti o inadatti (tipo quel tronco bruttino di Carrie Fischer, non ci vuole molta fantasia per credere che Daisy Ridley se la possa cavare meglio in tutto) e tantissimi altri limiti, ha creato un nuovo modo, un nuovo linguaggio per raccontarli, un linguaggio che dal nulla si è prima insinuato e poi imposto nel mondo come nuovo standard comunicativo per milioni e milioni di persone. Star Wars originariamente non inseguiva dei seguaci, li creava praticamente da zero.

È per questo motivo che, una generazione dopo, il più brutto dei libri della saga di Harry Potter (per quello che mi riguarda, “Harry Potter e la Camera dei Segreti”) è più interessante di un nuovo Star Wars, indipendentemente da quanto possa quest’ultimo essere ben realizzato e perfettamente calato nell’atmosfera costruita e condivisa dai fans: perché con tutti i suoi enormi limiti, ogni libro di Harry Potter contribuisce a creare un nuovo immaginario, un nuovo linguaggio per trattare alcuni temi ancestrali, peraltro spesso gli stessi di Star Wars, ed a creare nuove schiere di appassionati che si trovano a parlare con un gergo e dei riferimenti comuni. Non riprende i vecchi standard per coccolare ed emozionare un pubblico già costruito. Esattamente per lo stesso meccanismo, Tolkien ha costruito un mondo ed un immaginario in cui riconoscersi mentre Terry Brooks lo ha sfruttato per scrivere libri godibilissimi ma senza creare nulla.

Ed è per questo motivo che io non andrò a vedere “Il risveglio della forza” al cinema.

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