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David Bowie - BlackstarNon credo che sarò capace di scrivere qualcosa di sensato, razionale e veramente ragionevole su “Blackstar”, disco pre-postumo di David Bowie, uscito il giorno del suo sessantanovesimo compleanno e due giorni prima della sua morte, quando l’oramai fu Duca Bianco lottava da un buon anno e mezzo contro un cancro al fegato che lo stava portando via. E sapete che c’è? Non me ne frega niente. Non è sempre possibile, e non è nemmeno sempre giusto, valutare le cose con l’intelletto.

Ho amato molto David Bowie in passato. Una delle costanti dei necrologi che ho letto l’11 gennaio è stato l’uso della parola “camaleonte” per descrivere la sua personalità e la sua carriera, un modo singolare di riferirsi al suo essere stato umorale ed eclettico per tutta la vita, talmente singolare e sbagliato da far pensare che buona parte di chi l’ha utilizzato lo abbia trovato scritto da qualche parte. Il punto però non è questo, ed il punto non è nemmeno che il camaleonte usa le sue capacità di trasformazione per confondersi con l’ambiente circostante, mentre se c’è una cosa che il Duca Bianco non ha mai fatto è confondersi. Il punto è che David Bowie è stato tante cose – prima di tutto un uomo libero, qualcosa che non viene mai enfatizzato abbastanza. E, se da un lato la sua capacità di reinventarsi e di scegliere il modo, gli strumenti ed il linguaggio che voleva per esprimersi è e sarà sempre degna della più alta considerazione, altrettanto non posso dire per tutte le forme che ha assunto ed utilizzato. Amare l’artista non significa sempre amare tutta la sua arte.

Il “mio” David Bowie è stato quello sperimentale ed elettronico degli anni Novanta, tra il rock, il jazz, l’industrial e la musica dance. Il suo primo disco che ho comprato è stato “1. Outside”, nel 1996, quello di capolavori storti ed alienanti come “The heart’s filthy lessons” e “Strangers when we meet” e di pezzi molto più sperimentali, assurdi ed angoscianti come “A small plot of land”, “Hello spaceboy” e “Wishful beginnings”. Ho adorato anche “Earthlings”, con la sua personale visione della musica jungle accompagnata da chitarra pianoforte e fiati, ho apprezzato “Black tie white noise”, con alcuni pezzi che sembrano mandati al contrario e delle hit sontuose, e non ho digerito il suo essere tornato al cantautorato negli anni successivi. Non ho mai gradito troppo la sua trilogia berlinese (trovo “Heroes” una palla!), ritengo straordinario “Scary monsters” (“Ashes to ashes”, porca troia!), e del suo primo decennio di musica tra beat, folk, art rock, glam e punk non ho intenzione di parlare qui perché altrimenti facciamo notte.

Il fatto è che “Blackstar” è un lavoro pazzesco per ragioni che vanno moltissimo, troppo al di là degli aspetti musicali. Io sono sconcertato da come David Bowie abbia deciso di dedicare gli ultimi mesi di vita ad un progetto lucido, razionale, coerente, ad un vero testamento artistico, a lasciare il mondo con qualcosa di memorabile. Ed il fatto che ci sia riuscito da un punto di vista strettamente musicale passa in secondo piano: si tratta di David Bowie, per la miseria, il disco rimarrà nella storia, comunque. E ci rimarrà perché ascoltare “Blackstar” a poche ore dalla sua morte è da brividi, da pelle d’oca, da lacrime agli occhi. È agghiacciate ed al contempo meraviglioso ascoltare la sua voce, la sua musica, la sua necessità di comunicare letteralmente dall’aldilà, in pezzi tetri ai limiti del macabro e forse oltre come la title track e “Lazarus”, e forse anche di più in brani apparentemente “normali”, anche se impegnativi e pesante come macigni nella luro cupa allegria. E se tutto questo non è umanità, non è arte, non è genio, allora davvero non so cosa lo sia.

Buon viaggio David Robert Jones! Addio e grazie di cuore!

David Bowie portrait

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