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Jonathan Coe - La famiglia WinshawIn Inghilterra c’è uno scrittore. Dice, ce ne sono tanti. In effetti sì, Jonathan Coe non è l’unico, ma è il prototipo dello scrittore inglese. Uno che ogni volta che presenta un personaggio che parla in prima persona mi fa pensare “questo sono io in versione inglese”. Uno che racconta storie terribili, di denuncia, di disperazione, di formazione ed autoconsapevolezza, con leggerezza e capacità di far sorridere, quando serve, e l’abilità di infilare stoccate e cazzotti in faccia – peraltro anticipandoli adeguatamente, il che da un lato li rende leggermente più facili da assorbire, ma dall’altro comporta che la lettura dei suoi romanzi sia una continua spirale verso il basso, in cui quando si ricomincia a scendere si riparte più o meno dal punto a cui si era arrivati prima.

Ho letto tre o quattro libri di Jonathan Coe. Ne ho altri in coda: li leggerò, ma con calma. Coe non è uno scrittore che si può divorare, non è uno di quelli che ne leggi uno e poi leggi tutti gli altri in sequenza – io non lo faccio con nessuno scrittore, ma ce ne sono alcuni che mi fanno venire la voglia, o almeno che riescono a creare dei filoni o delle saghe che a volte penso di prendere e leggere tutte di seguito, un esempio è Lansdale con Hap e Leonard, un altro è Carofiglio con l’avvocato Guerrieri. Coe non è così. Coe scrive romanzi che riducono le mie certezze in particelle subatomiche, finito uno ho bisogno di una vacanza, altro che cominciarne un altro.

“La famiglia Winshaw” parla degli anni Ottanta in Inghilterra: il periodo della Tatcher, delle lotte contro i lavoratori ed i sindacati, dello yuppismo, dell’America di Reagan che armava Saddam Hussein contro l’Iran, dell’URSS di Gorbachev. Il decennio in cui si sono poste le basi per lo smantellamento dello stato sociale e dei diritti individuali e soprattutto collettivi, il periodo in cui il capitalismo ha smesso di essere un movimento economico per diventare pura avidità, necessità arricchimento a tutti i costi, sulla pelle di tutto e di tutti, 10 milioni di morti domani e chissà quanti l’anno prossimo sono irrilevanti se io posso permettermi un altro cottage nel Sussex.

La famiglia protagonista del romanzo è una sorta di dinastia la cui ricchezza affonda le origini all’inizio del XX secolo e si trova all’inizio del decennio dell’edonismo coi sette membri dell’ultima generazione invischiati in tutto ciò che è potere – politica, media, armi, cibo e via dicendo. Michael Owen, uno scrittore trentottenne in crisi umana e professionale cerca di rimettere insieme i cocci delle ricerche che ha effettuato negli ultimi anni sui Winshaw, dopo che un editore aveva promesso di pagarlo profumatamente per scriverne la storia. La gran parte del libro è dunque basata sull’alternanza tra la presentazione dei singoli membri tramite la penna di Owen e le avventure dello stesso Owen nella Londra a cavallo tra il 1990 ed il 1991, da lui narrate in prima persona. Le ultime 70 pagine sono invece una surreale riunione di famiglia nel vecchio maniero, con Owen presente ma non più narratore, a seguito della morte dell’ultimo patriarca, Mortimer, che ha arrangiato le cose per fare in modo, ça va sans dire, che vecchi scheletri vengano scoperti e antiche colpe espiate.

Un romanzo che, diversamente da altre opere di Coe, non approfondisce più di tanto gli aspetti interiori dei personaggi (anche se quando lo fa picchia giù duro come un macigno), ma preferisce concentrarsi su tematiche socio-politiche: un libro impegnato ed impegnativo, che descrive uno schifo indegno ed indecente, una società senza sbocchi, delle persone prive di qualunque sentimento umano tranne l’avidità, ed un mondo desolante e votato all’autodistruzione, la medesima che vediamo tutti i giorni come naturale conseguenza della storia recente – si può parlare della situazione del Medio Oriente, e degli attentati in giro per l’Europa, ma anche di un sistema economico insostenibile volto a promuovere ed incoraggiare le diseguaglianze e l’esclusione.

Un libro affascinante, spietato, durissimo, quasi un trattato di storia contemporanea, quantomai attuale per chiunque voglia chiedersi dove e quando le cose hanno iniziato ad andare storte. Difficile da leggere senza farsi venire una gastrite, ma necessario.

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