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Qualche settimana fa stavo facendo il solito aggiornamento su Youtube sui video dei mini-live pubblicati dalla radio indipendente americana KEXP. Dopo la liquida e lasciva malinconia dei Lemolo e la psichedelia moderna dei Quilt, la mia attenzione è stata attratta da una tizia bionda coi capelli stile Morticia Addams ed un nome impronunciabile, di chiara origine tedesca, che ha suonato negli studi della radio poco più di 2 anni fa. Ho provato a sentire di cosa si trattasse ed un mondo completamente diverso si è aperto davanti a me.

Anna Von Hausswolff non gioca lo stesso campionato degli altri. Lei fa sperimentazione vera: è un’organista che va in giro portandosi appresso due chitarristi che fanno un gran casino con gli effetti, un tastierista che più che altro crea rumori ed atmosfera ed un batterista impegnato in parecchi compiti anche molto diversi dal tenere il tempo. Il primo pezzo suonato nel mini-live è una botta potentissima di adrenalina: 10 minuti di cui quasi 5 di climax strumentale, lento, teatrale, drammatico e ben oltre i limiti del macabro (un misto di barocco, hard rock e l’intro di “Shine on you crazy diamond”), a cui ad un certo punto si aggiunge un cantato isterico, straziante che si esaurisce in poco più di un minuto, per cedere di nuovo il passo alla dilaniante potenza strumentale. Si chiama “Deathbed”, per la cronaca, ed è il secondo pezzo di “Ceremony”, un disco maestoso.

Prima della fine del brano ero già su google a cercare informazioni su questa strana artista: risultava un appuntamento live a Roma per il 9 marzo al club Monk in zona Portonaccio. Perfetto!

Il 9 marzo sera ero dunque al Monk, dopo aver pagato 8 euro l’ingresso e 5 la tessera del club affiliato Arci, a godermi un concerto a suo modo unico, in cui tuttavia parecchie cose sono andate storte. Purtroppo il Monk Club è tecnicamente approssimativo: l’impianto e le casse non sono in grado di sostenere i volumi e la varietà sonora di un concerto come quello della Von Hausswolff. Per buona parte dell’esibizione la musica è risultata satura, confusa, era difficile distinguere i singoli suoni ed anche le singole note. A volte sembrava di essere semplicemente travolti da una vagonata di rumore, poi andando a sentire gli stessi pezzi incisi in studio o suonati in altri locali si capisce che non solo l’effetto è completamente diverso, ma gioca proprio sullo scontro tra diverse fonti di caos lucidamente bilanciate tra loro per ottenere un risultato storto ma equilibrato, che al Monk proprio non si riusciva ad apprezzare.

Il concerto è stato dunque molto strano, talvolta quasi disorientante. Insolita è stata anche la scelta di lasciare il palco quasi completamente al buio e di utilizzare solo un’illuminazione dal retro, che rendeva tutto molto misterioso ed evocativo ma indistinto, sfocato. Forse il Monk non era il luogo ideale, ma di possibili location non me ne vengono in mente altre. Con un pubblico di un centinaio persone, tra cui poche profonde conoscitrici del materiale dell’artista, tutto ciò si è rivelato una discreta barriera: perdersi e considerare puro rumore quello che succedeva in alcuni momenti era un attimo. la stessa Anna, dopo un pezzo particolarmente rumoroso in cui la faccenda è chiaramente sfuggita di mano ai tecnici ha detto che avrebbe suonato un pezzo più tranquillo per farci riposare le orecchie.

Peccato, perché quando il messaggio arrivava, era una roba da far tremare le gambe. Ad esempio, “Deathbed” l’ha suonata – anche con un finale più dinamico e più potente: una cosa magnifica, da togliere il fiato, 10 minuti di pelle d’oca e farfalle nello stomaco. Avessi capito e seguito allo stesso modo, con la stessa profondità, l’intero concerto mi sarei piegato in due dal dolore, tanta era l’intensità tragica, e, invece di restare perplesso, avrei acclamato un’artista geniale che compone e suona a modo suo, veramente, senza filtri e senza sovrastrutture, e che si esibisce con una forza emotiva e con una consapevolezza strabilianti. Fenomenale.

A livello personale, devo aggiungere che il concerto mi ha lasciato esausto ed emotivamente molto scosso: tornato a casa, faticato a prendere sonno, poi nel corso della notte mi sono svegliato diverse di volte, sempre piuttosto agitato, sempre con in mente impressioni, colori e suoni che venivano dritti dalla serata. Anna, nonostante i problemi e la mia scarsa comprensione, ha colpito davvero in profondità.

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