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Lhasa De Sela - LhasaQualche giorno fa, passando dalla libreria in via Nazionale a Roma, fu Mel Bookstore, fu IBS, attualmente IBS Libraccio (con relative tessere fedeltà passate sequenzialmente a miglior vita), andai a dare una scorsa al reparto dei cd usati e la mia attenzione fu attirata da un CD: copertina color cartone, con l’immagine stilizzata di una donna che sorride, una sola parola di cinque lettere scritta in maiuscolo con carattere da macchina da scrivere – “Lhasa”, il nome della capitale del Tibet. L’avevo già visto da qualche parte, ma non ricordavo dove e a cosa lo associavo, quindi non azzardai l’acquisto a scatola chiusa, nonostante il prezzo irrisorio (7 euro), anche perché l’acquisto dei CD è per me oramai un problema di spazio molto più che di prezzo.

Lhasa, ovviamente, oltre che una città, è una persona. O più precisamente era, visto che la povera Lhasa De Sela, cantante blues-folk americana di origini messicane e basata in Canada, è morta di cancro al seno il primo gennaio 2010 all’età di 37 anni, dopo una vita da hippy vera – rimasta senza nome fino ai cinque mesi, educata a casa da una famiglia in continuo spostamento, raminga tra Stati Uniti, Canada e Francia, autrice di tre dischi pubblicati uno ogni sei anni, in mezzo tournée ed altro compresi lavori nel circo con le sorelle.

Il disco che porta il suo nome è datato aprile 2009, otto mesi prima che se ne andasse. Dalle informazioni biografiche trovate su internet, non si capisce bene se si tratti di un disco di addio (si parla di una battaglia di 21 mesi contro la malattia, che suggerirebbe di sì, e di una diagnosi ricevuta dopo aver chiuso le registrazioni dell’album, ma prima di pubblicarlo, che suggerirebbe di no), certo è che lo sembra. I colori della copertina, la grafica scelta per il suo ritratto, l’espressione sorridente e pacifica, il suo nome stampato in alto a destra, tutto pare concorrere a dipingere una specie di de profundis, un ricordo “in loving memory”.

Per non parlare della musica. Lhasa ha (aveva) una voce bassa, profonda, intensa, liquida e triste, ed in questo disco l’ha usata per brani lenti, a volte minimali, spesso dimessi e mai comunque pieni e travolgenti. Dodici pezzi, una cinquantina di minuti, nessuna concessione alla masturbazione strumentale, né a quella vocale, il cui demone ogni tanto si impossessa di chi fa blues. Intensità, malinconia, bellezza. Un disco un po’ da taglio delle vene, ma non come quelli di Nick Cave, quelli da metter su alle tre del mattino, cadere in depressione e suicidarsi (citazione da “E morì con un felafel in mano”), quelli del dolore straziante e finanche glorioso, no: di quelli che ti fanno guardare nell’abisso, lentamente, inesorabilmente, che ti spogliano, ti mettono di fronte a te stesso e ti fanno pensare che in fondo si potrebbe scivolare via silenziosamente, in silenzio, in pace.

O forse no. Forse non ne vale la pena, non fosse altro che per continuare ad essere cullati dalla voce di Lhasa, dal suo cantato, dalla sua musica, dalle sue melodie malinconiche, disperate e bellissime, affascinanti, profonde.

Dopotutto sono proprio questo, la tristezza, la malinconia, ed è questa la loro bellezza e la loro importanza. Qualcosa che ti lega alle tue emozioni, anche le più dure, e ti permette di viverci, di viaggiarci assieme senza essere sopraffatto dal dolore, dalla paura, dall’ansia e senza seppellirle, fuggirle, rifiutarle furiosamente fino a quando non presentano il conto. A questo servono, artisti come Lhasa De Sela, opere come il suo disco eponimo: ad accarezzarti mentre guardi nell’oscurità, a farti vedere che c’è una luce, finanche ad essere quella luce, che ti accompagna, ti accarezza e ti guida. Un album sensazionale, meraviglioso.

Un album che, ovviamente, ora fa parte della nutrita schiera di CD che non so dove mettere.

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