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Fatemi capire meglio questa storia.

Una tizia tradisce il fidanzato con un altro uomo. Questo altro uomo, nel bel mezzo di un pompino, inizia a riprendere la scena con lo smartphone. Segue dialogo da film porno amatoriale in salsa napoletana in cui, tra l’altro, il fidanzato ufficiale della donna viene più volte preso in giro ed umiliato, e la tizia dice all’amante che fa bene a fare il filmino.

Il filmato, se ho ben capito anche per mano della protagonista, arriva tra le mani di alcune persone, si presume amici. Da lì a finire on line il passo è ovviamente breve, infatti ci finisce. A causa principalmente dei dialoghi da macchietta, diventa anche virale e fa il giro d’Italia a velocità che Vincenzo Nibali se le sogna.

A questo punto entra in scena la stampa, che riporta la notizia di un porno amatoriale di fonte imprecisata che spopola on line. Ci si interroga sulla fonte e sulla motivazione della pubblicazione; tra le teorie si dibatte anche quella di una strana forma di autopromozione di una che vuole entrare nel giro professionale dell’hard (giro che peraltro è pieno di sceneggiature in cui ragazze tradiscono il supposto fidanzato col primo che passa). L’aspetto cialtrone è che della donna si sanno, ed i giornali non si preoccupano di occultare, nome e cognome – il che, per uno spettatore accidentale e non attento, avvalora l’ipotesi dell’aspirante pornostar, perché i video porno veramente amatoriali solitamente sono anonimi.

Un anno dopo questi fatti la tizia si è suicidata, dopo aver lasciato la città dove viveva ed aver tentato di cambiare vita e persino nome. Su internet si è scatenato un putiferio di accuse di maschilismo, sessismo e quant’altro nei confronti di chi abbia anche solo sorriso nel vedere un video che in Italia hanno visto veramente in tanti. È poi partita una caccia all’assassino degna di miglior causa, al grido di “l’avete uccisa voi”.

La prima cosa che non ho capito è dove sarebbero maschilismo e sessismo. Si è parlato della critica alla promiscuità della donna. Al di là del fatto che la promiscuità è una scelta che si può criticare esattamente come qualsiasi altra (stiamo sempre parlando di un mondo in cui un abbinamento cromatico sbagliato porta alla crocifissione), quello di cui si è riso è stata l’infedeltà ostentata fino al ridicolo: avrei voluto vedere cosa sarebbe successo se a suicidarsi per l’umiliazione fosse stato il fidanzato, o magari la ragazza dell’amante. Dice, ma non sono affari tuoi: vero, tuttavia a me il video è arrivato, non ho fatto nulla per andarlo a cercare.

La seconda cosa che non ho capito è dove esattamente cominci la responsabilità personale. Se ci fossero delle foto di me nudo che girano tra i miei contatti, non mi sorprenderei molto una volta che mi ritornassero indietro passando da internet. Me la potrei prendere con la tizia che me le ha fatte per averle condivise, e, ammesso che lo trovi, con chi le ha messe on line (cosa che potrebbe essere avvenuta anche solo per imprudenza). Sicuramente, nel caso le pubblicassero i giornali, potrei infuriarmi con chiunque le abbia corredate di nome e cognome – l’unico comportamento davvero inqualificabile di tutta la vicenda è quello di una stampa che in presenza di fonte incerta non ha anonimizzato i video. Prendermela con internet o con la gente sarebbe un ottimo sfogo, ma assurdo.

La terza ed ultima cosa che mi sfugge è come mai nessuno orienta la propria ira verso l’unico vero responsabile: l’analfabetismo digitale. La gente deve imparare ad usare quel giocattolo, che non è per niente un giocattolo e si chiama smartphone; ed anche quell’altro giocattolo, che a sua volta non è un giocattolo e si chiama internet. Un video di me che faccio sesso memorizzato sullo smartphone della mia partner si trova nel posto meno sicuro del mondo. Filmare qualcosa di privato con un oggetto che è sempre connesso ad internet implica un’esposizione al rischio costante di intrusione. Utilizzare i social media per condividere esperienze intime significa di fatto renderle pubbliche. Non serve, e non può servire, un esperto di sicurezza informatica o di privacy per capirlo, e soprattutto non può servire un suicidio perché se ne discuta.

Perché, parliamoci chiaro, chi parla di privacy on line, per 364 giorni all’anno è un luddista, uno che ha qualcosa da nascondere, un potenziale terrorista o, nella migliore delle ipotesi, uno di quei fessi a cui non resta altro che avere ragione.

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