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Premetto che non ho mai letto una riga di Elena Ferrante: solo qualche tempo fa ho scoperto della sua esistenza, quando era stata candidata al premio Strega ed i commessi della mia libreria di quartiere sorridevano chiedendosi chi avrebbe ritirato il riconoscimento se lo avesse vinto.

I fatti di cronaca sono noti a tutti: in un’inchiesta di qualche giorno fa, comprendente alcune palesi e sfacciate violazioni della privacy, il Sole 24 Ore ha annunciato al mondo che dietro allo pseudonimo si celerebbe Anita Raja, moglie dello scrittore Domenico Starnone (no, questo dettaglio non è irrilevante in questa sede specifica). Gli interessati non confermano e non negano, i “giornalisti” sostengono che le prove sarebbero inoppugnabili, a me francamente non fregherebbe niente, se non fosse per un risvolto surreale ai limiti del ridicolo che sta venendo fuori in questi giorni: secondo alcuni l’inchiesta del quotidiano di Confindustria sarebbe sessista.

La cosa non dovrebbe sorprendermi, oramai si taccia di sessismo qualsiasi cosa, prima o poi anche sottolineare l’esistenza del dimorfismo sessuale verrà considerato sessista; e non dovrebbe nemmeno indignarmi, ci stiamo abituando al fatto che l’accusa di sessismo viene mossa in qualunque fatto di cronaca in cui siano coinvolti uomini e donne, prima o poi qualcuno si accorgerà che se tutto è sessista niente è sessista e i veri problemi di sessismo verranno seppelliti dietro il cavillare continuo di paranoici ed estremisti – sta già succedendo, in realtà, se considerare la finale maschile degli US Open più interessante di quella femminile è sessista, mentre discutere per tre settimane su cosa una donna possa indossare in spiaggia non lo è. La questione è che, per aver formulato pensieri ed ipotesi razionali e condivisibili, mi sento accusato di sessismo, peraltro da gente che poi generalizza in modo becero e qualunquista un supposto comportamento maschile.

Una delle cose più ridicole che abbia letto nella faccenda è che solo un uomo poteva pensare che la Ferrante fosse un uomo, perché significa pensare che una donna non sarebbe brava abbastanza. Ripeto che non ho letto nulla di Elena Ferrante, quindi non so nemmeno se è brava o no, almeno stando ai miei criteri, quindi vorrei capire secondo quali ragionamenti se io penso che un anonimo sia un uomo è perché penso che sia troppo bravo per essere una donna: non è un pregiudizio, questo? E visto che si tratta di un’affermazione che riguarderebbe gli uomini come genere, non è un pregiudizio sessista? Se uno ribaltasse la frase e dicesse, che so, “solo una donna poteva escludere a priori che un uomo fosse capace di scrivere come una donna”, non sarebbe messo alla pubblica gogna come sessista?

Per quello che mi riguarda, mi intriga l’idea di uno scrittore o una scrittrice, qualcuno di già affermato, che decide di riprendere alcune vecchie idee e di pubblicarle sotto altro nome, un po’ come sfida ed un po’ per allentare la pressione. Un po’ come ha fatto Joanne Rowling quando ha pubblicato un romanzo a firma Robert Galbraith – ma guarda, un nome maschile che nasconde una scrittrice, qualcuno si è mai messo a scandagliare i risvolti maschilisti di questa vicenda? Non oso immaginare cosa certa gente potrebbe tirare fuori – o meglio, lo so, ma no grazie.

A me sembra molto più razionale pensare che, non conoscendo l’opera, potrebbe averla scritta sia un uomo che una donna, che replicare, senza conoscermi, che la penso così perché sono un uomo. Peraltro, anche questa asserzione, che poi è quella da cui partono elucubrazioni parafemministe orwelliane, è falsa: io conosco almeno due donne, due donne che leggono molto, convinte che Elena Ferrante sia in realtà Domenico Starnone.

Saranno maschiliste, traviate dalla società patriarcale anche loro – soprattutto quella che ama Natalia Ginzburg e Magda Szabò.

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