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Da ieri viviamo in un mondo in cui ad un autore di canzoni può essere assegnato il più alto riconoscimento letterario esistente. Un mondo in cui è stato sancito ufficialmente che la forma comunicativa pop prescinde dall’altezza e dalla complessità del messaggio veicolato. Un mondo in cui il linguaggio del rock e della canzone è stato equiparato definitivamente a quello della poesia, del teatro e della narrativa.

Nick Hornby, uno che il rock lo mastica parecchio, l’aveva detto anni fa: nel suo “About a boy” il protagonista rifletteva sulla capacità aggregativa dell’espressione di Kurt Cobain, un qualcosa che era in grado di far parlare persone altrimenti lontanissime, di creare un canale di comunicazione in cui riuscivano a riconoscersi ed a trovarsi individui straordinariamente diversi, ai limiti dell’incompatibile. E il punto è proprio questo: volendosi soffermare su un punto di vista strettamente letterario, tutti quelli che hanno creato linguaggi comuni per le loro generazioni, e parlo di Elton John, Bruce Springsteen, gli Smiths, gli U2, Ani DiFranco, Eminem e via dicendo, si sono sviluppati su una base culturale stabilita negli anni Sessanta, quando il rock era un movimento di rottura, di scontro generazionale, di autodeterminazione, di protesta. Nessuno di questi grandissimi autori di testi sarebbe esistito senza John Lennon, Marty Balin, Mick Jagger, Joan Baez e Bob Dylan. Se parliamo di lirica, di letteratura, di linguaggio inteso come forma scritta e parlata e non come comunicazione in generale, soprattutto Bob Dylan.

Chiunque si ribelli al Nobel per la letteratura assegnato a Robert Allen Zimmerman non ha capito diverse cose. Non ha capito l’abissale e straordinaria importanza nella storia contemporanea della forma espressiva della canzone rock. Non ha capito l’evoluzione della lingua e delle forme comunicative che ha portato milioni, miliardi di persone a parlarsi e capirsi mediante brani in versi di 30 righe. Non ha capito come anche la comunicazione di massa cinquant’anni fa sia stata completamente stravolta, rivoltata dal linguaggio delle canzoni. E non ha capito come tutto questo non sarebbe esistito senza un manipolo di innovatori che hanno creato qualcosa letteralmente dal nulla, di cui Bob Dylan è senza dubbio stato il più importante, perché è arrivato prima, per l’incredibile varietà di temi che ha affrontato e per le indiscutibili capacità di pensiero e scrittura.

Chiunque sostenga che Bob Dylan è solo un autore di canzoni può farmi il piacere di ritirare il suo nome dalla lista degli appassionati di musica: se quello che è generalmente riconosciuto come il più grande autore di testi di sempre non merita il premio Nobel per la letteratura per aver creato un linguaggio universale che si esprime attraverso le canzoni, la musica appunto (e non il linguaggio musicale, che è una cosa complementare ma diversa), allora la musica è nella migliore delle ipotesi una forma artistica di secondo piano, altrimenti intrattenimento, divertimento, passatempo. Chi ama la musica, chi la ascolta davvero, chi la considera un modo per conoscersi più approfonditamente ed esprimersi più completamente che attraverso altre forme di comunicazione, sa che non è così.

Da ieri viviamo in un mondo in cui è stato certificato con il bollo della forse più alta autorità letteraria mondiale che questo linguaggio esiste e può essere utilizzato per trasmettere messaggi di qualunque altezza e complessità. Non è solo intrattenimento: è una forma elevata di letteratura.

Da ieri, il mondo in cui viviamo mi piace un pochino di più.

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