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Chiunque bruce_springsteen-live-75-85abbia visitato in passato queste pagine sa che mi occupo molto raramente di opere mainstream, e di solito in modo critico. Come approccio, quando si tratta di discettare di letteratura, musica, cinema ed altre forme artistiche, sono più propenso a cercare di promuovere artisti o lavori poco conosciuti che meriterebbero a mio avviso un’attenzione diversa.

Quindi, perché parlare di uno dei dischi live più famosi e celebrati della storia della musica, come il quintuplo LP (e triplo CD) “Live 1975-85” pubblicato nel 1986 da Bruce Springsteen con la E Street Band? È molto semplice: perché a me Bruce Springsteen fino a due mesi fa non piaceva – e quello celebrato in tutti il mondo continua a non convincere. Lo trovo un po’ ecumenico, sopravvalutato come rocker (buona parte dei suoi pezzi più conosciuti sono poco più che brani pop, con alcuni picchi sconsolanti tipo “Dancing in the dark”), vagamente prono alle scelte artistiche dall’applauso facile.

Ora, Bruce Springsteen è anche uno che, come molti altri musicisti al mondo (anzi, potrei dire come tutti i veri musicisti del mondo), dal vivo è tutta un’altra cosa: non sono mai stato ad un suo concerto, ma basta un rapidissimo giro su Youtube per accorgersi che una qualsiasi esecuzione live di un suo brano surclassa senza pietà la versione in studio. E questo di per sé è sufficiente a farmi dire “ok: proviamo a sentire un live”. Springsteen è anche uno che è perfettamente d’accordo con me sull’idea di essere sopravvalutato: ha dichiarato più volte di sentirsi in qualche modo a disagio perché tanta gente lo considera una sorta di interprete delle proprie emozioni, mentre lui si sente un privilegiato che non ha la minima idea di quali possano essere i problemi ed i sentimenti di persone che devono massacrarsi per tirare avanti, e trova quasi disonesto che sia la gente comune a ringraziare lui e non il contrario. Un approccio che, al di là di qualsiasi discorso artistico, me lo fa rispettare come essere umano.

Per quello che riguarda gli aspetti musicali, Bruce Springsteen è uno per cui la dicotomia tra ciò che ha successo e ciò che vale veramente è spaventosamente accentuata: basta sentire i primi tre dischi di “Live 75-85” per capirlo. I pezzi più famosi che contengono sono “Because the night”, che nel 1978 regalò a Patti Smith, e “Hungry heart”, in sostanza due canzonette (la seconda peraltro banale e bruttina). Sono anche di gran lunga, ma veramente di un abisso, i pezzi peggiori, meno interessanti, peggio suonati e costruiti di circa due ore e un quarto di musica, che contemporaneamente contiene brani come “Badlands”, “Ramrod”, “Cadillac ranch” e “Rosalita”. Il quarto ed il quinto disco sono invece dominati dai pezzi di “Born in the U.S.A.”, e qui si capiscono due cose: primo, che il suo lavoro più celebre è letteralmente un albumaccio, paragonato a quanto fatto in precedenza; secondo, che comunque diversi brani, a cominciare dalla title track (che sul disco di fatto è un singolo tema ripetuto all’infinito con strumentazione povera), suonati dal vivo ed inframmezzati da momenti molto più intriganti, tra cui “Born to run”, una notevolissima versione di “War”, “Seeds” e “The promised land”, assumono una dignità molto diversa. Il tutto resta terribilmente cantautorale – ed è un peccato avere degli strumentisti così seri, preparati, affiatati e comunicativi ed imbrigliarli in una struttura in cui voce e testo devono rimanere dominanti – ma ha un senso ed è bello, coinvolgente, emotivamente forte.

E insomma, Bruce Springsteen appartiene alla nutrita e, per quello che mi riguarda, encomiabile serie di artisti che comunicano, si esibiscono, per necessità personale: non per esibizionismo, lavoro o voglia di diventare ricchi. È ovvio, di soldi ne ha fatti tanti (e continua a farne, visto quanto costano i biglietti dei suoi concerti), ma la sensazione è che lui suonerebbe anche in un club per 30 persone. Ad uno così, un’occasione, in linea di massima, va data.

Il mio modo di dargliela è l’aver comprato i 5 LP del suo “Live 1975-85”: un disco emozionato ed emozionante, in cui Springsteen canta, parla, suona e la E Street Band si diverte ed adatta i pezzi ad una comunicazione molto più secca e diretta di quella pensata per i dischi in studio. Non sarà il mio disco preferito, e Springsteen non apparterrà al mio Olimpo personale, ma vale decisamente la pena ascoltarlo e riascoltarlo, e magari continuare cercando live e bootleg. Perché il Boss dal vivo è davvero un grande.

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