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Nello scorso fine settimana, nell’ambito della stagione sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, all’Auditorium è andato in scena un concerto con un programma particolarmente interessante: concerto numero 5, “Imperatore”, per pianoforte e orchestra di Beethoven e “Grande” sinfonia di Do maggiore, numero 9, di Schubert. Al piano Yefim Bronfman, dirigeva il padrone di casa Antonio Pappano.

Come praticamente tutte le volte che suonano la nona di Schubert, mi sono procurato un biglietto e venerdì sera sono andato. Non mi soffermo troppo sulle interpretazioni (concerto bene, ottimo il pianista, poi forse Pappano aveva fame, perché ha preso 3 movimenti su 4 della sinfonia un po’ di fretta, per la prima volta una sua direzione non mi ha convinto), il punto è un altro: il punto è che in sala c’era un numero vergognoso di posti vuoti. Che con un programma del genere la sala non fosse strapiena per me è assurdo. Purtroppo però non è incomprensibile.

Io sono stato per anni abbonato alla stagione sinfonica di Santa Cecilia. L’età media del pubblico è sempre stata molto alta. Questo diveniva particolarmente evidente nei concerti di scarso appeal, con pezzi sperimentali, poco conosciuti o notoriamente difficili, a cui andavano quasi solo gli abbonati. Quando nel programma c’era Tchaikowskij o suonava Pollini il pubblico era più variegato. Nel corso degli anni, presumo che una parte degli spettatori più anziani abbia smesso di frequentare l’Accademia. Ora, per quanto possa questo sembrare assurdo ai non appassionati ed a chi finge di occuparsi di arte e cultura, l’interesse nella musica sinfonica non si sviluppa autonomamente da vecchi: una volta superata una generazione non subentra quella dopo per ragioni biologiche. In assenza di un’educazione musicale e di una promozione adeguata, una cultura complessa come quella artistica semplicemente scompare, sopraffatta da stimoli più immediati.

L’assenza di qualunque tipo di incoraggiamento alla formazione intellettuale delle persone porta la gente a rifugiarsi nelle reazioni di pancia. Vale per qualunque campo, dalla politica all’arte, dalle relazioni interpersonali alla professionalità. E per quanto un’opera d’arte sia un qualcosa che deve prima di tutto suscitare delle emozioni in chi ne fruisce, un brano musicale che emoziona milioni di persone non è automaticamente arte di livello elevato.

Come tutte le creazioni umane, l’arte è in costante evoluzione, opere ed artisti aggiungono tasselli ed aprono filoni. Esattamente come nella scienza, per chi è competente ogni composizione musicale, o almeno ogni composizione che meriti un ascolto, ha una bibliografia perfettamente identificabile ed un tocco personale. Non dico che chiunque voglia godere della sinfonia numero 9 di Schubert debba poterne ricostruire la nascita e l’ambiente culturale, ma meno persone conoscono questi aspetti, più è difficile che si diffonda la cultura dell’ascolto. Se nessuno apprezza l’importanza di un’opera, nessuno può diffonderla presso altri, che magari non vogliono capirne i dettagli ma possono benissimo esserne affascinati; tutti ascoltano la prima cosa che li emoziona e si fermano lì. E poi finisce come in politica, dove vince chi va avanti a slogan e chi fa discorsi compiuti e ragionamenti raffinati è vecchio e noioso, indipendentemente dall’età.

Questa è la vera scomparsa della cultura italiana, europea, occidentale. Niente a che vedere con scarsa fertilità, immigrati, profughi e invasione: si tratta della rinuncia dello Stato a preservare i pilastri della sua stessa storia per farne un bene per iniziati. La cultura, intesa non come nozionismo o formazione per il mondo del lavoro, bensì come attitudine al pensiero ed alla curiosità intellettuale, in Italia è stata accantonata da anni, mentre si sta sempre più rafforzando l’idea che conoscenza ed approccio analitico siano una sorta di vezzo, se non proprio un vizio, di cattedratici ed altri oligarchi, gente che si è potuta permettere l’accesso ad una certa educazione ed ora la usa. Il pensiero critico è uno dei difetti delle persone istruite, il contrario dell’uomo della strada che non ha a disposizione le risorse intellettuali di chi lo annoia con discorsi lunghi, pedanti e paternalistici. La cultura è vista sempre meno come qualcosa di condiviso e sempre più come una sorta di manganello da dare in testa agli altri, finché ci si ritrova col profugo siriano che conosce Shakespeare e Beethoven meglio del razzista autoctono che sostiene di voler difendere la tradizione occidentale – tradizione di cui non solo non ha la minima idea, ma i cui cultori sono da lui disprezzati come squadristi metaforici (gli squadristi veri invece vanno benissimo).

E nel frattempo tocca leggere chi decanta le meraviglie dell’oligarchia. Forse perché ne fa parte.

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