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Una delle più interessanti serie televisive degli ultimi anni è “The good wife”. Per chi non l’avesse mai vista, si tratta della storia di Alicia Florrick, moglie del procuratore generale dell’Illinois (Peter Florrick), che, da donna che aveva lasciato il lavoro per curare la casa ed i figli mentre il marito faceva carriera politica, intraprende di nuovo la carriera di avvocato a seguito dell’arresto del marito nell’ambito di uno scandalo di sesso e corruzione.

Le storie di marito e moglie, lei nel suo studio legale, lui che all’inizio lotta per provare la sua innocenza e poi ricomincia la sua attività politica, sono sviluppate in parallelo e sono trattate in modo tecnicamente molto accurato. Uno dei personaggi più interessanti dell’intero cast è quello del consulente politico e di immagine di Peter Florrick, uno squalo abile ed estremamente efficiente, di nome Eli Gold, interpretato da Alan Cumming.

Eli Gold di fatto ha tre compiti principali: gestire l’immagine pubblica di Peter Florrick, stabilendo come deve apparire, cosa deve esprimere, come e quando deve esprimerlo, e soprattutto cosa è meglio che non faccia; gestire la comunicazione on line, dirigendo le discussioni sui social media e tamponando i danni di possibili situazioni ostili; procacciare endorsement pubblici da parte di persone note della comunità locale, capaci di spostare voti potenzialmente decisivi. Il lavoro di Eli Gold nella serie è mostrato molto dettagliatamente, a volte in modo realistico, altre sfruttando il talento di Cumming per dare un taglio parodico al delirio della politica americana.

Eli Gold è dunque una rappresentazione televisiva del super-consulente assunto e strapagato dal PD per la campagna referendaria, Jim Messina. Il quale, da bravo americano, è arrivato in Italia e ha applicato le sue regole alla lettera, punto dopo punto, come se la società italiana fosse lo specchio esatto di quella americana. A volte, esattamente come Gold nel telefilm, è sembrato andare a braccio, in alcune circostanze non è stato in grado di tenere sotto controllo i suoi assistiti, altre volte (diversamente da Gold) ha preso delle topiche clamorose.

A me ha dato l’impressione di non avere un’idea chiarissima del tipo di taglio da dare alla comunicazione di Matteo Renzi, che si è dunque prestato ad esperimenti ai limiti dell’assurdo, come il presentarsi a non ricordo quale evento in maglione, nella mente di Messina come il dinamico, moderno ed affascinante Steve Jobs, agli occhi dell’italiano medio come uno stramicione con la panza che scimmiotta uno più figo di lui. Inoltre, nella sua ricerca disperata dell’endorsement, Messina a pochi giorni dal referendum ha tentato la carta Romano Prodi, che a sinistra non ha spostato una virgola e ha definitivamente convinto gli elettori di Forza Italia e partiti affini a votare No. Infine, una volta capito che in Italia la par condicio e la stampa non sono cose serie, ha sovraesposto Matteo Renzi, mandandolo in diretta ovunque e finendo per nauseare il pubblico invece di compattarlo, soprattutto perché si è reso conto in ritardo che Renzi in diretta faceva un autogol dopo l’altro insultando tutti quelli che avrebbe dovuto convincere.

E fin qui è tutto abbastanza normale, gli americani sono da sempre convinti che quello che vale per loro valga anche nel resto del mondo, poi finisce come in Vietnam ma non imparano niente. La cosa più interessante è che il referendum costituzionale è passato, Renzi è finito esattamente come i vietnamiti del sud, eppure dal punto di vista comunicativo non è cambiato nulla. Il PD continua a non dare nemmeno l’idea di conoscere il concetto di autocritica, Renzi si è ritirato sull’Aventino mentre la maggioranza ha fatto un esecutivo ridicolo che dà l’idea che o non ha capito cosa è successo o non gliene frega niente, i renziani continuano ad insultare la sinistra che non ha votato come avrebbero voluto, immagino sperando di far scattare un meccanismo tipo sindrome di Stoccolma. Nel frattempo l’Italia va avanti, senza un governo od un parlamento minimamente in grado di affrontarne i problemi, figuriamoci risolverli.

In effetti, ora che ci penso, c’è una differenza rispetto al Vietnam: in questo caso, Eli Gold è tornato a casa tranquillo, pieno di soldi e senza nessuna sindrome post-traumatica. Quindi forse gli americani ogni tanto qualcosa la imparano. Noi invece no. Però gli scemi sono sempre gli altri.

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