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Mi è capitato di vedere “Interstellar”. E, come disse qualcuno, mal me ne incolse. Vediamo perché. Premetto che, essendo parte della mia critica basata sulla seconda metà dell’opera e sulla sua risoluzione, ed essendo mia convinzione che ad oggi il film l’abbiano visto più o meno tutti tranne quelli che non intendono vederlo, questo articolo contiene spoiler piuttosto importanti.

Il punto non è cosa sia andato storto, cosa non mi sia piaciuto e cosa avrebbe potuto essere fatto meglio: il punto è come sia possibile che una pellicola del genere non riceva uova marce dagli spettatori. È un film vuoto.

Alla narrativa americana, quindi Hollywood ma anche qualche scrittore, sta giusto appena appena sfuggendo di mano il concetto di scrittura creativa: la scrittura creativa è in origine una serie di tecniche per lo sviluppo di una storia, concentrate di fatto sul mantenimento del ritmo e dell’attenzione e sullo scatenare delle emozioni sfruttando i meccanismi che le originano. Ecco, in film come “Interstellar”, ma vale lo stesso per altre porcherie tipo “Argo”, queste metodologie sono utilizzate in modo fine a sé stesso: non c’è la storia, c’è una serie di situazioni specificatamente progettate per suscitare delle emozioni negli spettatori, in un involucro opportunamente disegnato utilizzando tematiche ed effetti visivi di moda, di impatto o di potenzialità emotiva molto forte. È solo pura tecnica, la creatività è del tutto assente.

Nel caso specifico, alcune situazioni sono: la vita sulla terra minacciata dall’impoverimento della varietà biologica, e per minacciata si intende entro una generazione; il protagonista che ha la necessità di salvare una figlia all’inizio di una decina di anni dipinta con tutte le caratteristiche possibili della damigella in pericolo; il viaggio interstellare alla ricerca di pianeti abitabili, con la conseguente curiosità per gli aspetti visivi degli stessi, delle galassie, di soli diversi dal nostro e finanche da un buco nero attivo; il fattore tempo (in prossimità del buco nero, per gli esploratori ogni tanto il tempo rallenta e quindi il problema si fa più pressante sulla terra); il padre disperato per la sorte della figlia prediletta; e via elencando. Una sequenza di cliché montati l’uno accanto all’altro, in effetti in grado di suscitare emozioni forti, ma finte, senza una storia passabile che permetta di costruirle, che alla fine lasciano la sensazione di essere stati presi in giro – in effetti basta una breve analisi razionale del film per passare dalla sensazione alla certezza. Ho capito la finzione scenica e la sospensione dell’incredulità, ma qui siamo molto oltre, alla richiesta di chiusura per ferie del cervello.

Un appunto sulla parte finale della pellicola. Nel 1997, quasi 20 anni fa, fu realizzato un film, “Contact”, che indagava (male) i rapporti tra scienza e religione all’interno di una storia basata sull’ipotetica presa di contatto con forme di vita intelligenti extraterrestri. La seconda parte del film, in cui veniva realizzato e poi utilizzato un mezzo per questa presa di contatto, era di una debolezza imbarazzante, ed il finale, in cui Jodie Foster si trovava a parlare con un alieno che aveva assunto le fattezze del padre morto quando lei era una bambina, scontato e ridicolo nella sua ricerca del momento strappalacrime. Quasi due decenni dopo le cose sono molto peggiorate, se un film che si basa su un meccanismo praticamente identico non è considerato patetico, anzi incassa quasi 700 milioni di dollari. Aggiungiamoci che stavolta la scena si svolge all’interno di un buco nero, oltre l’orizzonte degli eventi, che è stato peraltro superato senza entrare nel disco di accrescimento e senza aver subito gli effetti della gravità estrema. Per fortuna che Nolan, nella realizzazione del film, si è avvalso della collaborazione di un fisico teorico.

Qualche considerazione su alcuni aspetti tecnici, che, di fronte alla desolazione generale, passano in secondo piano. La sceneggiatura, come oramai consolidata abitudine hollywoodiana, è modesta, forzata e terribilmente didascalica; la recitazione è deprimente, l’unico attore vero è Michael Caine, Matthew McConaughey fa una figura passabile, il resto è proprio misero; la colonna sonora ha un suo perché, la musica è a tratti anche molto bella, ma inutilmente drammatica ed enfatica, di una pomposità eccessiva ed irritante.

È davvero sconfortante che una roba del genere sia ritenuta anche solo accettabile. Che tristezza!

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