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leia-e-jabbaIeri, per chi non se ne fosse accorto, è morta Carrie Fisher. Per chi abbia vissuto gli ultimi 40 anni dentro una campana di vetro, Carrie Fisher è stato il volto della principessa Leia (per qualche oscuro motivo, Leila in italiano) della trilogia originale di “Guerre Stellari”; e poi non molto altro, a causa di grossi problemi di tossicodipendenza. Tra i ruoli più interessanti interpretati dalla povera Carrie, si annoverano comunque due personaggi straordinari in due pellicole memorabili: la fidanzata mollata sull’altare da Jake/John Belushi, che cerca per tutta la durata del film di ammazzare lui e suo fratello Elwood, tra l’altro con metodi sempre più spettacolari, su “The Blues brothers” e l’amica del cuore di Sally, quella che nella fantastica cena a quattro avrebbe dovuto intrattenere Harry mentre Sally cercava di legare con Jess, su “Harry, ti presento Sally”.

Ieri sera mi sono dunque concesso una serata commemorativa, ed, invece di riguardare “Il ritorno dello Jedi”, con Carrie Fisher mezza nuda prigioniera di Jabba The Hutt, ho rivisto la pellicola sceneggiata da Nora Ephron nel 1989. Un piccolo capolavoro sui rapporti tra uomini e donne, con dei dialoghi fenomenali, una fotografia elegantissima ed in generale una realizzazione superba.

Ora, ogni tanto mi capita, per lo più mio malgrado o pentendomene amaramente, di guardare qualche film hollywoodiano degli ultimi anni. A volte degli action movie, altre volte opere diverse, commedie, drammi, in generale pellicole di narrativa. E qualsiasi confronto con un caposaldo di oramai quasi 30 anni fa, non è solo sfavorevole: è impietoso.

harry-ti-presento-sally“Harry, ti presento Sally” è un film breve, dura poco più di un’ora e mezza. Non ha particolari fuochi artificiali grafici, fatta eccezione per l’ambientazione in una New York bellissima, soprattutto nelle scene autunnali (non a caso una è stata scelta per la copertina del dvd). Non ci sono scene di sesso, di nudo e neanche di mezzo nudo, Meg Ryan è completamente vestita per tutto il film. È praticamente un’opera teatrale, con in più una scenografia spettacolare e dei colori favolosi. La sceneggiatura è tra le più brillanti ed intelligenti mai scritte. I due personaggi centrali sono meravigliosi – lui un cinico che si ritiene molto profondo, lei una che ce la mette tutta per essere perfetta e, quando è stuzzicata, va immediatamente sulla difensiva. I dialoghi sono realistici ma inframmezzati da battute fulminanti (tutti ricordano la scena in cui Sally finge l’orgasmo in un bar e la strepitosa chiosa finale della cliente, ma il battibecco che ce la porta è altrettanto superlativo), il ritmo è serrato, nessuna scena inutile o inutilmente dilatata, il film non si ferma mai ad osservarsi o a cercare l’applauso, finita una scena memorabile passa a quella successiva. La storia nel suo complesso è abbastanza prevedibile, eppure non c’è un momento in cui, anche alla quinta visione del film, si abbia voglia di distrarsi. Soprattutto, non solo non richiede di spegnere il cervello, ma è proprio al cervello che parla, che è rivolto.

Stiamo parlando di un pilastro del cinema, va benissimo. Ma il confronto, non dico con pellicole modeste, tipo le già citate su queste pagine “Interstellar” o “Argo”, ma anche con film complessivamente riusciti come “Inception” o l’ottimo “The imitation game” (che peraltro è inglese) è imbarazzante. Film con idee interessanti, ben realizzati e molto ben infiocchettati, ma sempre rallentati da scene inutilmente lunghe e da una suspence fittizia, impoveriti da dialoghi ingessati e didascalici, finti nella loro disperata ricerca del colpo ad effetto. Una pena stratosferica, di fronte ad un’opera che racconta la semplice storia di due persone normali, perfettamente delineate ed inserite in uno specifico contesto sociale. Una pena ancora maggiore, se si considera quanto possa riempire gli occhi Central Park in autunno (ma vale lo stesso, che so, per i South Banks londinesi di “Love Actually” e per il Montmartre di “Il favoloso mondo di Amélie”), a paragone con i fuochi artificiali tipo gli esopianeti ed il buco nero di “Interstellar” (per quello che mi riguarda, entrambi sotto le aspettative, comunque), la Parigi che si ribalta di “Inception” o i pezzi di città che volano dei vari “X-Men”.

Sarà che sto invecchiando.

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