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grimes-art-angelsClaire Boucher, nota al mondo come Grimes, è l’artista che ha accompagnato il mio 2016 più di chiunque altro. Ho ascoltato il suo ultimo lavoro, “Art angels”, uscito a fine 2015, più che qualunque altro disco nel corso degli ultimi 12 mesi, l’ho ascoltato anche stamattina passeggiando tra Cola di Rienzo, il ghetto e piazza Venezia (no, niente foto, era un giro per saldi).

Quando lo ascoltai per la prima volta, a dicembre 2015, conoscevo Grimes, come al solito grazie alla sua solitaria e terribilmente affascinante esibizione accucciata per terra e circondata da cavi, tastiere e mixer su KEXP – superba, soprattutto su “Symphonia IX” e “Genesis” – ed avevo apprezzato moltissimo “Visions”, a cui imputavo un solo difetto: quello di essere composto da pezzi con lo stesso ritmo, salvo l’intro, l’outro e l’ultimo brano. Al primo ascolto “Art angel” mi risultò ostico. Più precisamente, la mia reazione fu: “truzzo”. Aggressivo, un po’ sgraziato, rozzo e con esagerazioni ostentate, tipo il terzo brano, “Scream”, con la rapper di Taiwan Aristophanes. L’eleganza dei suoni soffici e rotondi del precedente mi sembrò aver lasciato la scena ad una spigolosità e ad una sporcizia eccessive.

Fin qui la prima impressione. Poi ci sono stati gli ascolti successivi e, per quanto mi crei imbarazzo essere d’accordo con i due terzi della critica musicale, le impressioni sono cambiate radicalmente.

“Art angels” è una festa, un’esplosione di suoni, idee, melodie, deliri, ispirazione, energia, potenza, creatività, storture, altre idee ed altra energia. L’unico limite, se poi ce n’è uno, è che Claire Boucher ha provato a farci stare tutta sé stessa, e una cinquantina di minuti palesemente non bastano. Probabilmente non ne basterebbero nemmeno cinquecento, quindi tanto vale accettare che Grimes è così: una che prende ed infila dentro le proprie opere tutto quello che le passa per la testa, bisogna armarsi di un po’ di pazienza e di uno scudo, per evitare di essere travolti da una valanga di emozioni sempre diverse, sempre nuove e sempre espresse in un linguaggio originale, a volte apparentemente incomprensibile, ma che vale davvero la pena di provare a tradurre.

A contrario di “Visions”, bello, raffinato ed anfetaminico, “Art angels” è diretto, travolgente e variegato. A cominciare dalla copertina, che, esattamente come la musica che contiene, è colorata, piena di dettagli e, ad un primo acchito, sconcertante e vagamente di cattivo gusto. Nei quattro anni che separano i due lavori a Grimes di cose ne devono essere successe parecchie, perché ne ha da raccontare, e, cosa tristemente insolita per una tizia di 27 anni di bella presenza e discreta fama, non solo è perfettamente consapevole di come intende raccontarle, ha anche tutti i mezzi tecnici per farlo da sola e con le sue regole. Ascoltare un disco di Claire Boucher significa viaggiare dentro la sua testa e dentro la sua anima, entrambe parecchio turbolente ma terribilmente attraenti; ascoltare “Art angels”, realizzato lungo due anni, a modo suo e dopo un semi-collasso nervoso, significa fare un viaggio delirante e pazzesco, e che ci siano dei momenti in cui si viene sballottati e quasi presi a pugni appare naturale e finanche appagante.

Mi piacerebbe elencare quali pezzi personalmente preferisco, ma la realtà è che adoro tutto il disco: non c’è un momento, nemmeno uno, in cui la mia attenzione cala o mi viene voglia di passare alla traccia successiva, nemmeno dopo un anno di ascolti ed una grossa familiarità con la sequenza di pezzi. Ci sono brani più travolgenti di altri, per quello che mi riguarda “California”, “Flesh without blood”, “Kill V maim”, “Pin”, “World princess II” (praticamente mezzo album), ma soprattutto ci sono momenti di genio assoluto: da questo punto di vista voglio citare il ritornello della title track (altro brano strepitoso), quel “I think I love you” cantato di corsa, a denti stretti, troncato subito dopo l’accenno della U, come un’apertura timorosa e titubante, col respiro corto da iperventilazione per timore del rifiuto. Dolcissima e fortissima.

Potrei parlare per ore di tanti altri frammenti (la seconda strofa di “Pin”, per la miseria!), ma mi fermo qui, perché davvero, il punto, il capolavoro, non sono i momenti: è tutto il disco, che è molto, molto di più della somma dei singoli brani. È il genio.

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