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La notizia in questi giorni è che L’Unità è di nuovo in gravissime difficoltà economiche e non sta uscendo nelle edicole. Visti l’atteggiamento ed i contenuti, trovarlo sorprendente è come minimo fuori luogo. Un buon esempio della situazione si è avuto durante la campagna referendaria, quando i sostenitori del Sì erano in televisione ad insultare gli avversari praticamente di continuo e spadroneggiavano sui social media, per cui un giornale che faceva esattamente la stessa cosa, con gli stessi argomenti, un’arroganza se possibile ancora maggiore ed un atteggiamento servile nei confronti di chi occupava materialmente la comunicazione mainstream insopportabile, era ad essere gentili superfluo.

Infatti L’Unità non vende. Ora, ci si potrebbe soffermare sulla triste parabola del giornale fondato da Antonio Gramsci, per decenni quotidiano del principale partito di opposizione, fieramente comunista, trasformato in un organo di stampa del principale partito di governo, atto a magnificare provvedimenti che tolgono diritti ai lavoratori tipo il Jobs Act. Oppure si potrebbe impostare un discorso sull’altrettanto mesta, e sostanzialmente parallela, parabola di Sergio Staino, che ora, dopo aver condotto il quotidiano sotto terra con una direzione squallida ed adulatoria, va dal capo a chiedere l’elemosina.

Ma parliamo d’altro. Io personalmente non verserò una lacrima per l’eventuale chiusura di L’Unità e sono fortemente contrario a qualunque operazione di salvataggio, in particolare a quelle con ipotetici soldi pubblici. Il motivo pratico è che L’Unità è un giornale di partito, un partito tutt’altro che povero, se gli iscritti vogliono avere un megafono se lo paghino e, se non se lo possono permettere, si arrangino. E poi c’è un motivo teorico.

La libertà di pensiero è un diritto inalienabile. La libertà di espressione, all’interno del vincolo della responsabilità personale di fronte alla legge ed alla Costituzione antifascista, altrettanto. Avere un pulpito invece è un privilegio e, sinceramente, non sono per niente favorevole a concederlo a servi, valletti e lacché del potere, né a squadristi fascistoidi stile Rondolino e Nicodemo, che invocano il pestaggio dei manifestanti contro il governo, mentre i loro padroncini li spogliano di diritti fondamentali e a loro volta li insultano e li sbeffeggiano. E certamente non voglio contribuire a concederlo loro con i miei soldi.

Un giornale del genere certamente non è di pubblico interesse. Non ha nemmeno mercato, come chiunque sarebbe in grado di capire a maggior ragione nel momento in cui l’oratoria del capo è palesemente ed apertamente rivolta al fantomatico “uomo della strada”, che in Italia i quotidiani non li ha mai letti, ed è ripetuta urbi et orbi dalla gran parte dell’informazione televisiva. Se chi lo dirige non è in grado di, o più realisticamente non ha il coraggio per e non è autorizzato a, prendere una direzione diversa per rimanere in piedi e preferisce continuare a sdraiarsi di fronte all’editore sperando poi che questi lo finanzi indefinitamente, può tranquillamente finire a zampe all’aria senza che se ne senta la mancanza.

Questa storia per cui qualsiasi foglio di carta stampata è di per sé un arricchimento deve finire. Anzi, ce ne sono alcuni di cui è meglio liberarsi il prima possibile.

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