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Quando l’estate scorsa Roger Federer, dopo l’eliminazione in semifinale a Wimbledon, dichiarò che si sarebbe preso un periodo di pausa per rimettersi a posto fisicamente, perché doveva pensare al prosieguo della sua carriera, l’abbiamo pensato tutti: “quale prosieguo?”

Aveva appena perso sulla sua erba londinese, quella dei 7 titoli, di cui 5 consecutivi, dell’ultima vittoria Slam (nel 2012) e dell’ultima finale (nel 2015, persa con Djokovic dopo aver giocato alla pari due set su quattro), contro un tizio che aveva avuto come unico merito quello di tirare più forte di lui e di essere più giovane di 9 anni. Aveva quasi 35 anni, una carriera di record avviata verso il tramonto, era costretto a rinunciare alle Olimpiadi, uno dei pochissimi trofei (individuali) che mancano nella sua bacheca, poi agli US Open ed al finale di stagione, con conseguente caduta fino al numero 17 del ranking ATP. L’idea che sarebbe rientrato a livelli anche soltanto medio-alti era poco più che una pia speranza, anche per i tifosi più convinti.

L’annuncio del rientro ad inizio 2017, l’anno dei suoi 36 anni, con la partecipazione alla Hopman Cup, sapeva a sua volta di mani avanti – un torneo amichevole per divertirsi e saggiare il proprio livello, affrontato con qualche grandissimo sprazzo ma una continuità di gioco molto approssimativa. Poi la partecipazione agli Australian Open, l’inizio stentato con una vittoria contro un qualificato, in 4 set dopo aver perso il primo, condita da momenti di grande tennis: i risultati di un giocatore discreto, o di un nobile in decladenza.

E poi, Thomas Berdych, testa di serie numero 10, disintegrato in tre set come se fosse uno di livello inferiore, come ai bei tempi. E poi, Kei Nishikori testa di serie numero 5, battuto in 5 set dopo una sfida epica, e l’idea che non fossero soltanto attimi di grande tennis ma ancora un grande tennista iniziava a far capolino, mentre gli attuali imperatori del circuito pagavano l’onda lunga di un finale di 2016 combattuto allo spasmo ed uscivano prima di iniziare la seconda settimana. La semifinale con Wawrinka, il compagno di coppa Davis che dal Wimbledon 2012 ha vinto 3 slam diversi, uno all’anno, giocando con un’intensità pazzesca. Altra maratona, all’inizio del quinto Roger sembrava non averne più, ed eccolo invece imporsi 6-3, vincere con la testa molto più che col fisico.

E la finale con il rivale di sempre, il Nadal del parziale di 24-13 negli scontri diretti. Primo set comodo, secondo set perso male; terzo set vinto giocando un tennis stellare, quarto perso con un break decisivo e lo spagnolo che rintuzzava i tentativi di rimonta; e poi il quinto, iniziato un break sotto, e tutti abbiamo pensato che era andata così, grandissimo ma tradito dall’età e dal periodo di inattività. E poi le palle break, e finalmente una trasformata, dopo 3 ore e mezza di battaglia si va sul 3-3 e si ricomincia, con lo spettro della prosecuzione ad oltranza. 4-3 comodo e poi il clamoroso break: 5-3. Il Re, a 35 anni e 6 mesi, dopo sei mesi di inattività ed il sospetto di essere arrivato al capolinea, va a servire per la vittoria; basta questo per avere i brividi, vedere la faccia di Roger Federer e sotto la scritta “serving for the Championship”. 15-40, due palle per un contro-break che avrebbe steso una mandria di bufali; annullate, 40-40; vantaggio interno, doppio fallo, anzi no, ma gran brutto errore non forzato; ace e vantaggio interno, vincente.

Vincente? No, fermi tutti, Nadal chiede la verifica. Ha una faccia tipo “tanto, che mi costa?”, ma la verifica va fatta ed il colpo era effettivamente dubbio. Il replay mostra che la palla ha toccato la riga.

La palla ha toccato la riga! Il Re, la Leggenda, il Vecchietto, dopo 17 tornei del Grande Slam, tutti e 4 almeno una volta, dopo 27 finali Slam, dopo 302 settimane da numero 1 del mondo, dopo 1086 match vinti da professionista, di cui 306 in tornei Slam, dopo 6 mesi di inattività a 35 anni suonati, è campione degli Australian Open. È in lacrime lui al centro del campo, e sono in lacrime io davanti allo schermo del computer.

Dopotutto, c’è un motivo se tutti quelli che a luglio scorso hanno pensato “quale prosieguo?”, ed oggi sono felicissimi di vederselo ricacciato in gola a racchettate da uno dei più grandi campioni sportivi di sempre, l’hanno pensato comodamente seduti sul loro divano.

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