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Ieri, su Twitter, mi è capitato di avventurarmi nel vilipendio: leggendo qua e là delle notizie, degli approfondimenti e degli spunti di dibattito, avevo appreso alcuni aspetti che ritenevo piuttosto discutibili del cosiddetto “Stadio della Roma”; pertanto, ho osato pubblicare un tweet contro la sua costruzione; più precisamente, mi sono espresso contro l’edificazione di tre torri che, secondo il piano regolatore del 2008, superano di percentuali abbondantemente maggiori del 500% il quantitativo di cemento massimo per l’area interessata e prevedono la presenza di un’idrovora perché la zona è a rischio esondazione: di tutto ciò lo stadio sarebbe una simpatica, spendibile in termini di immagine ed economicamente svantaggiosa appendice – in italiano si dice “pretesto”. Sottolineo che non ho utilizzato l’hashtag principe della faccenda, quello apparentemente introdotto dal social media manager di Francesco Totti, “#FamoStoStadio”: mi sono limitato ad utilizzare l’espressione “lo stadio da’a #Roma” ed a citare Berdini, dunque i tag presenti nel tweet erano “Roma” ed il nome dell’assessore capitolino.

Mi piacerebbe dire che quanto è successo dopo, ed alcune delle valutazioni accessorie che tutto ciò mi ha suggerito, siano una pagina avvilente della storia dei social media: temo tuttavia che si tratti di qualcosa di più radicalmente e profondamente cialtrone legato all’essere umano.

La prima reazione che ho suscitato è stata una serie di tweet in replica, tutti favorevolissimi al progetto, all’inizio argomentativi, ancorché arroganti e tendenti a suggerire che l’interlocutore fosse un ignorante che non capisce niente. Ho provato ad interagire, poi sono arrivate le truppe cammellate, che hanno iniziato ad insultare, chi più velatamente chi in modo più esplicito, ed a retwittarsi a vicenda, per cui ho lasciato perdere. Dopo un po’ ho contato una decina forse scarsa di account che avevano cominciato a prescindere completamente da cosa scrivessi e letteralmente a spompinarsi a vicenda, offendendo chiunque non la pensasse come loro – anche su aspetti perfettamente documentabili, come il plateale abbandono di Unicredit ed il conseguente rischio che le torri restino invendute, senza nemmeno iniziare ad addentrarsi sulla poco chiara figura di Parnasi e sui 450 milioni di esposizione. Tutti questi account avevano il prospetto dello stadio e l’hashtag #FamoStoStadio perfettamente visibili nelle loro foto del profilo. Una reazione molto spontanea, non c’è che dire.

Gli aspetti più interessanti, tuttavia, risiedono in quello che accade in account non coinvolti in prima persona, ma altrettanto bizzarri nel loro atteggiamento: i romanisti. Tra i quali, persino persone di solito apertamente anticapitalisti, pronte all’attacco frontale quando si tratta di discutere cementificazione e grandi opere come la stazione del deserto di Reggio Emilia, il ponte sullo stretto di Messina o la Torino-Lione, diventano improvvisamente favorevoli alla contestualizzazione nel caso dello stadio della Roma e del quasi milione di metri cubi di cemento che si tirerebbe dietro.

Peraltro, pur risultando del tutto assodato che uno stadio di proprietà favorisce l’aumento del fatturato (anche se dovremmo preliminarmente discutere del paradiso della contraffazione del merchandising calcistico che è l’Italia), resterebbe il problema di come farlo fruttare, in una situazione, esplicitamente ed insistentemente denunciata dalla tifoseria giallorossa, in cui la Juventus ruba per non far vincere altre squadre, in particolare proprio la Roma. In altre parole, se tanto di vincere campionati non se ne parla perché c’è l’onnipresente complotto antiromanista, per cui (salvo pensare davvero di vincere la Champions senza prima costruire una mentalità vincente a livello nazionale) l’unica cosa davvero in palio è qualche coppa Italia ogni tanto, a cosa serve lo stadio di proprietà? A garantirsi la supremazia cittadina?

Cioè, stiamo parlando di un milione di metri cubi di cemento per battere la Lazio nei derby? Sul serio?

Mi è immediatamente tornato in mente un film: “Wag the dog”, in italiano noto come “Sesso e potere”; in particolare la scena in cui, durante una partita di basket, tutti i presenti lanciano una scarpa sul parquet per manifestare la loro solidarietà a “Vecchia Scarpa” Schumann, prigioniero in Albania dietro le linee nemiche – solo che Schumann nella pellicola non esiste, è un personaggio costruito ad arte per catalizzare l’attenzione della gente; non esiste neanche la guerra, se è per questo. Credo che l’espressione che sto cercando sia “utili idioti”.

Un film profetico come pochi altri.

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