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Premessa: i tassisti sono una categoria generalmente antipatica. Non a me, proprio all’universo mondo, in particolare in Italia, figuriamoci poi a Roma. I tassisti sono coinvolti in una lotta di categoria contro Uber, un concorrente che si pone come il nuovo che avanza e come un po’ di sana concorrenza, ma che in realtà è a tutti gli effetti un abuso: non è soggetto a licenza né a nessun tipo di regolamentazione e si basa sul concetto che basta avere un mezzo privato per offrire il servizio di trasporto pubblico.

Ci sarebbero da affrontare decine di argomenti in modo serio ed approfondito per analizzare davvero il problema, a cominciare dalla madre di tutti i pasticci, ossia la vendita delle licenze da parte dei tassisti che vanno in pensione, acquistate da tassisti che entrano in questo modo nel giro pagando l’equivalente di un piccolo appartamento – soldi che poi possono essere recuperati solo rivendendo la licenza in futuro. Un’amministrazione pubblica che voglia liberalizzare il mercato deve prima di tutto affrontare questo aspetto, altrimenti qualunque tentativo di immettere nuove licenze o permettere a persone in più di entrare nel mercato è comunque difficile. Ci provò Bersani una decina d’anni fa, in un modo talmente maldestro da rasentare l’auto-sabotaggio, al che venne il dubbio che o non era competente o voleva che il ddl fallisse.

Si potrebbe poi spiegare ai tassisti che pretendere la protezione pubblica (quindi la tutela della categoria tramite emissione e controllo di licenze e lotta agli abusi) implica anche degli obblighi: uno che lavora privatamente vive in mezzo agli squali e può scioperare ad oltranza, uno che offre un servizio pubblico (o di pubblica utilità) tutelato dallo Stato lavora in un mercato calmierato, ma deve sottostare ad una serie di restrizioni e può essere precettato.

Fare certi discorsi però è difficile, perché prevederebbe non solo e non tanto di informarsi, ma soprattutto di prescindere dalle dinamiche di tifo secondo cui c’è il cattivo che ha sempre torto a prescindere, e chiunque gli si opponga ha ragione. Non credo ci siano le basi.

Il punto però è che ieri, martedì 21 febbraio, durante un sit-in di protesta, un gruppo di manifestanti si è recato sotto la sede del PD e ha fatto sfoggio di saluti romani, ha tirato qualche bomba carta ed ha avuto alterchi con la polizia, ragione per la quale l’intera protesta è stata etichettata come fascista, aggiungendo poi l’accusa di evasione fiscale nei confronti della categoria.

A pensarci bene, in effetti, è giusto così: nelle normali manifestazioni di protesta, ad esempio quelle sindacali, quelle studentesche e quelle dei movimenti No-Tav e per la casa, non capita mai che un gruppo di facinorosi faccia vandalismo e litighi con le forze dell’ordine; non succede mai che ci siano degli infiltrati che non c’entrano niente con il corteo e sono lì solo per creare disordini e cercare scontri; non accade mai che partecipino anche furbetti, fannulloni e paraculi che si nascondono dietro le rivendicazioni sindacali per continuare a fare il comodo loro. E soprattutto, mai e poi mai intere manifestazioni vengono etichettate come violente o pretestuose per colpa di queste situazioni. Proprio mai, mai, mai.

Peraltro, manifestazioni di protesta indette da sindacati o da movimenti specifici di solito hanno una connotazione politica precisa – è difficile che ci siano fascisti ad un corteo della FIOM. Una protesta di categoria è diversa. Abbiamo più volte avuto esempi lampanti che persone con tendenze fasciste siano presenti e diffuse un po’ ovunque in Italia: immaginare che i tassisti ne siano immuni è quantomeno singolare.

Ma non preoccupiamoci, adesso arriva Uber, i cui dipendenti ed autisti notoriamente tutte le mattine prima di prendere servizio cantano l’Internazionale. E la cui politica societaria prevede, esattamente come imposto per legge ad i tassisti, di non fare crumiraggio o sciacallaggio: ad esempio Uber non può aumentare le tariffe mentre i tassisti scioperano, esattamente come i taxi non possono aumentare il prezzo di una corsa fino all’aeroporto di Fiumicino quando scioperano le ferrovie.

O forse le cose non stanno proprio così.

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