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Dal punto di vista della comunicazione, diciamo così, politica (uso malvolentieri il termine, ma serve a capirsi), Beppe Grillo è un orologio fermo: lui attacca e basta. Per giunta, attacca in modo monotematico e sovente pretestuoso, senza curarsi minimamente di dettagli come opportunità, linguaggio e contesto. Ma, come ogni orologio rotto, ogni tanto, rigorosamente per caso e suo malgrado, segna l’ora esatta.

Ora, davvero solamente Beppe Grillo e i suoi groupie hanno trovato che l’uscita di Matteo Renzi sul padre in relazione all’inchiesta sugli appalti Consip sia stata di uno squallore incommensurabile?

Un discorso da uomo delle istituzioni, a cui dell’Italia e dei rapporti familiari frega qualcosa, sarebbe stato: “fermo restando che le colpe dei figli non possono ricadere sui padri, e che dunque come ogni altro cittadino mio padre è innocente fino a prova contraria, se la prova contraria dovesse esserci lui deve subire le stesse conseguenze che subirebbe qualunque altro italiano. Poi, se dovesse saltar fuori che ha fatto qualcosa di scorretto, indipendentemente dalla rilevanza penale, se la dovrà vedere con me”. Sarebbe stata accettabile anche una sintesi semplificata, tipo “se è colpevole deve essere condannato, e se lo è davvero se la dovrà vedere con me”. Ma la faccenda della richiesta di una condanna doppia, per far vedere che lui è duro e puro e non fa sconti nemmeno in famiglia, con successiva replica piccata a chi ha sollevato, ancorché in modo e con toni inopportuni, critiche sulla sortita, non fa che dipingere Matteo Renzi come quello che chi lo critica dall’inizio della sua avventura ha sempre sostenuto: come uno che pur di far carriera si venderebbe pure la famiglia.

Nel frattempo, nella medesima inchiesta su connessioni ed affari di quella che io inizierei a chiamare “Cricca Toscana” al posto di “Giglio Magico”, trova spazio anche un tizio che Renzi aveva prima voluto accanto a sé nel suo governo e poi ha cercato in tutti i modi di imporre a Gentiloni: tale Luca Lotti. Io non so se questo signore è colpevole di qualcosa, quello che so è che la sua posizione di enorme influenza e la sua apparente intoccabilità lo configurano come un possibile maneggione, e certamente come una figura poco chiara, che, nel momento in cui l’intero impianto di potere si trova sotto la lente di ingrandimento della magistratura, è ovvia fonte di imbarazzo.

In tutto il PD non si trova una persona che sia in grado di compiere questi elementari passaggi logici e che dunque gli chieda di fare un passo indietro. Ci deve pensare un fuoriuscito come Roberto Speranza a far presente che tenerlo là indefinitamente sulla fiducia è un regalo a demagoghi e manettari – manettari che peraltro hanno un concetto gretto, stupido e dogmatico di legalità, ma questo è un altro discorso.

Delle svariate centinaia di uomini e donne che popolano la galassia PD, che ne curano contenuti e comunicazione in modo aggressivo e sprezzante, nemmeno uno si è accorto che difendere ad oltranza un potenziale intrallazzista offre un fronte d’attacco illimitato a chi non solo è altrettanto aggressivo e sprezzante nella comunicazione, ma è proprio emerso sul panorama partitico italiano sulla base della (in un paese basato sul conflitto di interessi e sui traffici di influenze, necessaria) lotta ai faccendieri. Ci deve pensare uno che è uscito dal PD, e come tale un gufo rosicone anti-italiano che ce l’ha personalmente con Renzi perché è invidioso, uno che dice cose giuste con la stessa frequenza con cui un orologio che ogni tanto si resetta a casaccio segna un’ora approssimativamente esatta.

Poi nel PD si lamentano del crollo dei consensi e lo attribuiscono ad astio personale. Ma fatemi il piacere.

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