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Qualche considerazione sparsa sul concerto e soprattutto sul suo allestimento, prima di parlarne in termini più emotivi – considerazioni che vanno fatte prima, perché le altre saranno poco meno di un’imbarazzante dichiarazione d’amore.

Il concerto, a quello che ho capito, avrebbe originariamente dovuto tenersi al Quirinetta, che però è stato chiuso dalla solerte amministrazione capitolina, che ha un concetto di legalità tutto suo, dogmatico e repressivo, per cui continua a chiudere spazi di confronto, solidarietà, condivisione e cultura perché qualche dettaglio è fuori posto, mentre di affrontare i problemi veri della città non se ne parla proprio. Probabilmente la location sarebbe stata migliore, sia per i 5-6 euro in meno che sarebbe costato il biglietto, sia perché, per quanto raffinata ed elegante, l’esibizione non ha reso al meglio col pubblico seduto. Comunque ci siamo rifatti con una qualità sonora di livello. L’organizzazione ha fatto un uso spropositato della macchina del fumo, che magari avrà anche aiutato a creare l’atmosfera, ma a fine spettacolo, quando si sono accese le luci, in sala c’era la nebbia. Una mia amica raffreddata ha avuto enormi problemi a respirare, riteniamoci fortunati che la cantante non ne abbia sofferto a livello vocale. Per la prima parte dello spettacolo è sembrato che i tecnici delle luci stessero improvvisando l’illuminazione, perché erano spesso in ritardo e quasi mai efficaci. Poi lentamente il problema è stato assorbito.

Dal punto di vista della musica, sul palco c’erano 20 elementi, ma a fare musica erano in tre. Dillon, voce e tastiera (di solito pianoforte), un tizio che gestiva tutta l’elettronica ed i rumori, un coro femminile di 16 persone agli ordini di una direttrice, le cui frequenti conversazioni ed occhiate con la padrona della scena davano la sensazione che ci fosse un minimo spazio per l’estemporaneità. Il coro serviva a completare una strumentazione nel complesso scarna, a volte riuscendoci, a volte meno, a volte nemmeno provandoci. La musicista brasiliana è tecnicamente dotata, con una voce volendo anche piuttosto potente, ma la utilizza spesso su un tono rotto, malinconico e dimesso, con un forte utilizzo del vibrato. Ha inoltre una mimica vagamente isterica, il che, su un cantato intimo ed intenso, può sembrare costruito o forzato – a me invece ha dato tutt’altra impressione.

Già, le mie impressioni. Premesso che si è trattato del concerto di una cantautrice – cioè di una che usa in modo sapiente e misurato un mix di elettronica e pianoforte, alternando brani lenti, minimali ed intimi a ritmi più veloci e rumori più forti, ma sostanzialmente per composizioni basate sul songwriting, quindi poca sperimentazione, pochi discorsi basati su tecnica, bravura ed originalità, ma tanta necessità di comunicare – è stata una serata sensazionale. Non mi aspettavo Emilie Autumn o Mike Oldfield, ed infatti ho assistito ad un’esibizione soffice, preziosa ed incredibilmente affascinante di una piccola ed adorabile musicista che racconta sé stessa in modo onesto, piacevole e seducente.

Anche lasciando perdere pezzi tipo “Thirteen thrityfive” o “Currents change”, che avrebbero fatto venire i brividi ad un tronco di sequoia, il concerto è stato intenso, sensuale e bellissimo. Dillon è stata emozionante ed emozionata, in una specie di trance emotiva, mentre la sua voce rotta, la sua gestualità spaurita, la sua orchestrazione essenziale e dimessa, la sua sensualità sottile, il suo calore umano ed il suo sorriso riscaldavano ed illuminavano una sala buia ma sempre più coinvolta e convinta. Niente dilaniamenti e grida disperate, tante confidenze, piccoli e grandi dolori da espiare.

È brava, Dillon, è brava davvero, e soprattutto è guidata da una palese e talvolta soverchiante necessità di raccontarsi. Non è Bjork, anche se ogni tanto la scimmiotta un po’, ma bisogna anche ricordare che a 28 anni il folletto islandese aveva pubblicato solo “Debut” (comunque, “One day” e “Play dead”, eh…) e i capolavori veri erano ancora di là da venire, ma ha una forza ed un calore meravigliosi, e nell’ora e venti in cui ha suonato praticamente tutto il suo repertorio è stata deliziosa, intrigante, calda e terribilmente affascinante. Sublime.

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