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Sabato a Roma, per chi se lo fosse perso, si sono tenute le celebrazione per i 60 anni dalla stipula dei trattati istitutivi della Comunità Economica Europea, madre dell’attuale pasticcio politico, economico e istituzionale che va sotto il nome di Unione Europea.

Ce ne sarebbero di cose da dire, a cominciare dal fatto che storicamente si è scelto di considerare la nascita della CEE come ciò che ha dato il via al processo di integrazione giusto per avere una data, ma si è trattato di una serie di progressivi passi di maggiore apertura: la creazione della CECA (1951), la nascita di CEE, CEEA e MEC (1957), la loro unificazione (1965-67, 1986), l’istituzione dello SME (1979), gli accordi di Schengen (1985-90), il trattato di Maastricht (1992), l’entrata in vigore dell’Euro (1999-2002) e la creazione formale dell’Unione Europea (1997, 2001, 2007-09). Si potrebbe proseguire ricordando che la CEE nel 1957 era costituita da soli sei paesi, Germania, Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, che quindi avrebbero dovuto essere celebrati in prima istanza – giusto invitare chi si è unito più tardi alla festa, ma qualcuno la festa l’aveva iniziata ed avrebbe dovuto essere enfatizzato.

Al di là di tutta la stucchevole retorica europeista, dunque, il 25 marzo 2017 i cittadini di sei nazioni europee hanno festeggiato i 60 anni insieme: 60 anni di libera circolazione, di progressivo avvicinamento culturale, economico e sociale, in cui l’Europa ha smesso di essere un’entità puramente geografica ed è diventata qualcosa di più profondo e coeso. Eppure, sabato a Roma nessuna celebrazione che riguardasse i grosso modo 200 milioni di abitanti coinvolti è stata organizzata o promossa.

Tutto ciò che è successo è che i capi di stato dei 26 paesi attualmente membri della UE, assieme ad alcune istituzioni europee, si sono ritrovati per una celebrazione in Campidoglio, luogo della firma dei trattati originari. In compenso, per garantire sicurezza e decoro e evitare il degrado, gli accordi di Schengen sono stati sospesi per qualche giorno, il centro di Roma è stato militarizzato, alcuni chilometri quadrati sono stati interdetti persino ai pedoni, il tutto mentre si svolgevano la bellezza di sei manifestazioni, quattro in movimento (due di euro-entusiasti, due di euro-scettici) e due sit-in, con una partecipazione trascurabile se non risibile, ed il questore si vantava di aver espulso persone dopo aver verificato il loro “orientamento ideologico”, con buona pace dell’articolo 3 della Costituzione italiana.

In altre parole, quello che è successo sabato è che i leader europei si sono chiusi ermeticamente nell’area dei Fori Imperiali, sorvegliata da una quantità di forze dell’ordine e forze armate sufficiente ad invadere un piccolo Stato, e si sono spompinati a vicenda dicendosi l’un l’altro quanto sono bravi, belli, lungimiranti e popolari. Nel frattempo, fuori da Versailles, pardon, fuori dalla zona di sicurezza, non c’era gente che celebrava a modo suo l’anniversario dell’idea di un’Europa unita e culturalmente unica, e non c’era nemmeno una folla inferocita delusa da un sogno di integrazione trasformato in un incubo burocratico e finanziario che devastava la città e si scontrava con polizia ed esercito. No: c’erano i 200 milioni di persone che avrebbero dovuto festeggiare i 60 anni insieme che pensavano agli affari loro.

È questo che è triste, mesto, disperante: le istituzioni europee sono diventate talmente autoreferenziali da spingere l’intera popolazione ad infischiarsene, non solo di loro, ma anche di quello che rappresentano. E l’aspetto più triste, mesto e disperante è che la reazione degli europei è tutto sommato quella giusta, o almeno la più equilibrata: le istituzioni fieramente rappresentate da uno come Juncker, il cui unico merito è quello di aver trasformato il Lussemburgo in un paradiso del dumping fiscale ed aver per questo riscosso il placet delle lobby che foraggiano i governi europei, vogliono chiudersi nel loro alto castello a celebrarsi ed esaltarsi? Facciano pure. Se credono, mi facciano sapere l’indirizzo, magari mando un telegramma. Ma non si aspettino il mio applauso: ho cose più importanti a cui pensare.

In italiano tutto ciò si dice “vaffanculo”, ma non credo che ci sia qualcuno interessato davvero a capirlo. Quando poi ricorderanno che tutti i grandi imperi della storia sono caduti dopo che i loro gerarchi si erano chiusi nelle loro prigioni dorate a banchettare fregandosene di quello che succedeva fuori, sarà troppo tardi. Che amarezza!

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