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Quando si assiste ad un concerto, in particolare quando chi sta sul palco è capace di coinvolgere emotivamente il pubblico, con la musica, l’atteggiamento e via elencando, nei giorni successivi si vive in una specie di hangover, durante il quale i momenti più intensi dello spettacolo vengono rivissuti continuamente, e le sensazioni che si sono provate sono richiamate riascoltando il repertorio dell’artista, esplorandolo a volte quasi da zero, creando una nuova familiarità con la sua musica. Ora, nessuno può sostenere che sia un peccato, o in qualche modo negativo, assistere a diversi concerti in pochi giorni: tuttavia, questa fase di hangover viene in qualche modo limitata da una sovrapposizione in cui vince il più forte e gli altri passano in secondo piano, dove magari non sarebbero finiti in una situazione diversa – una situazione ideale in cui i grandi concerti sono spalmati nel tempo, invece di essercene tre in una settimana (1, 3 e 7 aprile) e zero per mesi.

Il primo della sequenza è stato Steve Hackett all’Auditorium di via della Conciliazione a Roma, sabato scorso.

Steve Hackett è noto ai più per essere stato il chitarrista dei Genesis fino al 1977, quindi quello che ha concepito e suonato brani tipo “Watcher of the skies”, “The musical box”, “Dancing with the moolit knight”, “Supper’s ready” e “Firth of Fifth”. Dal 1977, quindi appena da una quarantina d’anni, il buon Steve è passato ad una carriera solista che consta di oltre una ventina di album ed un’instancabile attività dal vivo, peraltro testimoniata da una robusta produzione di dischi live. Sabato sera presentava il suo ultimo lavoro in studio, “The night siren”, per poi spaziare nei suoi quasi 50 anni da musicista di professione.

Prima di decidere di andare al concerto mi sono chiesto da chi fosse composta la band: non avevo dubbi che si sarebbe trattato di musicisti a dir poco capaci, ma volevo averne un’idea. Quando alla voce “basso” ho letto Nick Beggs, ho capito che “capaci” era una gigantesca sottovalutazione: Hackett si sposta solo con i migliori.

Alcune considerazioni sparse sull’esibizione prima di andare al cuore della faccenda. Il concerto è stato un concentrato di musica tra il rock ed il progressive, una serie di brani più o meno estesi, con nessuna suite e pochissime canzoni in senso stretto – per lo più pezzi con variazioni e modulazioni di grandissima raffinatezza compositiva, ma mai autoreferenziali o di pura ostentazione. Ogni pezzo, dai più nuovi ai classici, è stato gradevole ed elegante, suonato con intelligenza, ma mai in modo perfetto ed asettico, da una band di musicisti mostruosi completamente al servizio della musica, Hackett compreso: nonostante un pubblico di fan di vecchia data ed una carriera che glielo consentirebbe anche, non è stata un’esibizione auto-celebrativa. Steve Hackett è cresciuto negli anni Sessanta e si vede: ogni volta che il brano che introduceva glielo consentiva, ha tessuto le lodi del multiculturalismo, delle contaminazioni, dell’apertura mentale e del dialogo, non risparmiando una frecciatina alla Brexit. Con un vocalist con un timbro molto simile a quello di Phil Collins, quando si è trattato di rievocare i fasti dei Genesis, Hackett si è concentrato molto sul periodo successivo all’uscita di Peter Gabriel, includendo parecchi pezzi da “Wind and wuthering” e poco dai capolavori precedenti.

E allora qual è il cuore della faccenda? Il cuore della faccenda è composto da due titoli: “The musical box” e “Firth of Fifht”. Eseguiti per intero, compresa l’introduzione al piano di quest’ultimo, depennata da Tony Banks nel 1975 e dunque assente anche dai live ufficiali dei Genesis tipo “Seconds out”. Modificati nell’arrangiamento, così come quasi tutti gli altri brani, per consentire di divertirsi anche ad un tizio che suonava principalmente i fiati, ma non snaturati, anzi presentati in tutto il loro magnificente splendore, sensazionali, eterni, ed accolti da una meritatissima standing ovation. Al di là delle due ore di ottima musica, il vero motivo per essere lì, la differenza tra un gran concerto ed un orgasmo.

Grazie, Steve! E grazie Maurizio per avermi proposto di andare a vederlo!

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