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Dopo svariati anni di attesa, più precisamente oltre 8, da quando sono entrato in possesso di “Elephants… Teeth sinking into heart”, un disco che ha letteralmente cambiato i miei gusti musicali, venerdì ho finalmente avuto la fortuna di vedere Rachael Yamagata esibirsi live. Nel settembre 2015 l’avevo mancata ad Amsterdam di circa una settimana, ma avevo in compenso avuto la fortuna di potermi innamorare di Lady Lamb. Venerdì 28 aprile si è esibita, da sola sul palco, al Whishlist di Roma – un posto in cui non ero mai stato, piccolo ed intimo con un’acustica davvero eccezionale, almeno per un concerto per voce ed un solo strumento.

Ci sarebbero preliminarmente un paio di cose da dire sulla spalla, il secondo tizio in 3 settimane, dopo Dave Matthews, a domandare perdono per il presidente eletto dai suoi compatrioti, ma si finirebbe a parlare dell’inutilità dello scusarsi nel paese che ha inventato il magnate dei media che fa demagogia e vince le elezioni, quindi sorvoliamo e concentriamoci sul concerto vero e proprio.

Rachael Yamagata è un’artista travolgente. Ha una voce roca, graffiante e molto potente, sa come usarla e non ha paura di farlo – forse perché ha bisogno di farlo. Sul palco è meravigliosa: riesce a cantare brani assolutamente devastanti ed ad introdurli in modo divertente senza che le due cose contrastino – detto in altre parole, sa ironizzare sui propri dolori ed i propri fallimenti e sul processo di razionalizzazione, senza sminuirli né dare l’idea di cazzeggiare. Quando canta in sala c’è il silenzio assoluto, il pubblico (circa 120 persone, a naso poco meno della metà aveva una discreta conoscenza del suo repertorio) è rapito dalla sua forza e dalla sua intensità.

Alcuni momenti deliranti a caso. Dopo aver iniziato il concerto con “Be, be your love”, pezzo dilaniante del suo album di debutto “Happenstance”, Rachael ci ha assicurato che l’esibizione non sarebbe stata proprio tutta così; ha poi proseguito dicendo che di solito, a metà del pezzo, il pubblico si vuole suicidare, ed alla fine vuole uccidere lei. Dopo un altro brano particolarmente duro, ha chiesto ai presenti se ci fosse qualcuno al primo appuntamento; avendo visto zero mani alzate, ha convenuto che sarebbe stato il concerto sbagliato ed ha chiesto se invece ci fosse qualcuno che voleva lasciare il partner ma ancora non aveva trovato il coraggio di dirglielo; poi ha aggiunto che un suo concerto è un buon posto per conoscersi, perché gli uomini che vanno a vederlo sono di solito molto consapevoli dei loro sentimenti, e le donne hanno avuto almeno una volta il cuore spezzato – probabilmente un’ottima fotografia dei suoi fan. Verso la fine del concerto, sedendosi al piano, ha chiesto ai presenti che pezzo volessero sentire; il sondaggio è stato vinto dall’incommensurabile “Sunday afternoon” (che peraltro io sono stato il primo a richiedere), che però doveva essere suonata alla chitarra, quindi Rachael ha chiesto che pezzo volevamo che suonasse al piano: ha vinto “Elephants”, altro pezzo sontuoso.

Un concerto eccezionale. Non sono esattamente un fan degli one (wo)man show, ma Rachael Yamagata ha una capacità superiore di stare sul palco, una voce pazzesca, e l’assoluta motivazione a massacrare le corde di una chitarra acustica, se ha solo quella per accompagnare le sue grida potenti e disperanti – non è un caso che abbia suonato tutti i pezzi più strazianti alla chitarra, mentre il pianoforte era riservato a quelli più riflessivi e malinconici. È una che fa un grosso lavoro di introspezione e di analisi dei suoi sentimenti, per poi buttarli giù senza filtri: in questo modo, una volta trovata la chiave del suo linguaggio musicale, le sue canzoni non ti parlano di lei, ma di te stesso e delle tue emozioni. Un’esibizione di una come Rachael Yamagata, esattamente come i suoi dischi, non comporta l’ascolto di un’artista che racconta e mette a nudo sé stessa, ma che ti scava dentro, ti mostra te stesso, oltretutto in un modo scuro e molto doloroso. È un’esperienza estenuante, da cui si esce più consapevoli, ma anche un po’ rintronati. Da questo punto di vista, la sua autoironia è fondamentale, altrimenti un suo live sarebbe una sequenza di calci in faccia.

Spero di vederla presto anche con la band. Nel frattempo, grazie di tutto!

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