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Per il secondo anno consecutivo, maggio era iniziato come una coda di inverno. L’anno scorso avevamo avuto un mese di maggio incredibilmente piovoso, dominato dai venti occidentali, con temperature simili a quelle di fine marzo, e concluso magnificamente con un ponte del 2 giugno sotto l’acqua e con massime attorno ai 18°. Quest’anno, dopo un febbraio molto mite, abbiamo avuto tempo incerto e venti da Nord per i primi 10 giorni – e, fatta eccezione per brevi periodi, la tramontana non era mai davvero andata via, era proprio la stessa dell’inverno.

A metà novembre, invece, avevamo avuto una decina di giorni incredibilmente caldi (temperature sui 18°, forte umidità che aveva comportato temperature percepite anche più alte) ed il 21 dicembre, solstizio d’inverno, era sembrato un giorno di primavera – bel tempo, temperature parecchio sopra i 10°.

Qual è la differenza tra queste due situazioni decisamente insolite? Che nella prima, non succede niente; nella seconda, partono le filippiche sul riscaldamento globale. E sul riscaldamento globale la prostituzione intellettuale dei media è particolarmente evidente.

Se c’è un problema, comunicarlo in modo inefficace, sensazionalistico e scientificamente inattendibile è la cosa più stupida e controproducente che si possa fare. Parlare del riscaldamento globale solo quando fa caldo e dimenticarsene completamente quando fa freddo (cosa che accade regolarmente, e non solo a livello mainstream, da anni) dà a chi segue l’argomento in modo superficiale la sensazione che il problema sia solamente di percezione. A maggior ragione se si fa un titolo, o un discorso in generale, a seguito di una giornata od una settimana eccezionalmente calda. Dire “il 21 dicembre non dovrebbero fare 15°, è colpa del riscaldamento globale” è esattamente la stessa cosa che prendere la notizia di uno scippo effettuato da due algerini per stigmatizzare l’immigrazione: una manipolazione. La realtà è che la singola osservazione fuori schema è semplicemente quello che è: un dato anomalo che rientra nella casistica di un fenomeno aleatorio.

Chi fa comunicazione sul riscaldamento globale sulla base delle giornate calde è un manipolatore, esattamente come chi fa propaganda sulla sicurezza il giorno dopo un evento violento imprevedibile. Nei fatti, rema letteralmente contro chi il problema vorrebbe affrontarlo e risolverlo davvero, perché crea allarmismo e regala spazio a chi vuole trasformare un concetto complesso e delicato in un’emergenza da gestire con metodi approssimativi, poco efficaci ma di grande impatto politico.

Peraltro, dire, come si è sentito, che il 2016 è stato l’anno più caldo mai registrato, è in sé manipolatorio: prima di tutto bisognerebbe definire esattamente cosa sia la temperatura media globale del 2016 – un costrutto talmente complesso e strutturato che anche solo definirlo e delimitarlo è pressoché impossibile (“mondo” e “anno” sono concetti continui, ancorché limitati: quante e quali misurazioni bisognerebbe effettuare nello spazio? E nel tempo? Come essere sicuri della copertura? Come e con quali dati precedenti effettuare le comparazioni?). Anche si fosse in grado di farlo, inoltre, bisognerebbe tenere conto da un lato dell’accuratezza delle misurazioni, che sono valide e sufficientemente diffuse forse da una sessantina d’anni, della variabilità geografica e temporale delle stesse, e soprattutto scontare il tutto con l’attività solare, che da un anno all’altro varia di poco, ma comunque presenta delle variazioni (ad esempio, in questi anni l’attività solare è al minimo per quello che riguarda la presenza di macchie). Senza eliminare fattori che hanno a loro volta un impatto sulle osservazioni, parlare di rapporto di causa ed effetto tra attività dell’uomo e temperature è una manipolazione.

Si può poi considerare manipolatoria qualsiasi notizia che parli del riscaldamento globale presentando dati in serie storica a partire dagli anni ‘50: è vero che la disponibilità di dati a livello mondiale parte da lì, ma è altrettanto vero che si è trattato di un decennio eccezionalmente freddo, al punto che esistono pubblicazioni scientifiche degli anni ‘60 che ventilavano il possibile arrivo di un’era glaciale. Per contro, gli anni ‘20-‘30 sono stati un periodo caldo, infatti le serie che partono da lì ed arrivano ai giorni nostri hanno un andamento crescente, sì, ma meno evidente.

Il surriscaldamento globale è un problema serio e scientificamente delicato: non si può darne comunicazione creando allarmismo per un giorno con 15° a dicembre e poi sparendo quando ne fanno 18 a giugno. Questa è prostituzione intellettuale, non informazione, ed è esattamente ciò che non serve alla scienza.

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