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Ieri sera, 25 maggio 2017, Jesca Hoop ha tenuto il suo primo concerto in Italia nella singolare ma terribilmente affascinante atmosfera del Blackmarket, a via Panisperna, Roma, organizzato da Unplugged in Monti. Questo è, di per sé, un elemento di profonda tristezza: è terribile che una come Jesca Hoop, una splendida signora di 42 anni portati meravigliosamente, che ha alle spalle una carriera decennale, 4 album solisti, uno in collaborazione, qualche EP, un paio di dischi di rivisitazioni ed un’attività live che la pone tra quelle che farebbero venire la pelle d’oca ad una lastra di vetro, a Roma non riesca a smuovere un pubblico superiore alle 50-60 persone, di cui diverse più per il richiamo dell’organizzatore (superlativo come sempre, comunque) che dell’artista. Sconcertante che una parte dei presenti, una mezza dozzina di persone chiaramente capitate lì per errore, se ne sia andata prima della fine e non particolarmente incoraggiante che ci fosse chi ogni tanto abbandonava il suo posto per andare a prendere da bere nella sala accanto.

C’è da dire una cosa, comunque: Jesca Hoop non la conosce nessuno perché non è promossa. Non si è nemmeno mai esibita su KEXP, la radio di Seattle che oramai è diventata un faro nella divulgazione della musica indipendente. Ma ieri, alla fine del concerto, quando con la sua mise vaporosa si trovava fuori dal Blackmarket a fare quattro chiacchiere col suo pubblico ed a firmare dischi e poster, quelli entusiasti erano la maggioranza schiacciante.

Il concerto, dicevamo. Siccome al Blackmarket devono smontare tutto entro una certa ora, Jesca Hoop è stata mandata sul palco alle nove e un quarto. Lo ha raggiunto con qualche difficoltà, visti l’ingresso unico per spettatori ed artisti, un vestito ingombrante e le sedie e gli sgabelli per il pubblico sistemati in sala stile Tetris. Erano in due a suonare: Jesca, con voce e chitarra, e Corona, con chitarra, bodhran e voce. La qualità vocali della Hoop sono quelle che sono: discreta estensione, buon controllo, potenza scarsa. Anche le sue virtù come strumentista risultano adeguate ma non molto di più. Ma il punto non è questo.

Il punto è che Jesca Hoop è oltre tutto ciò. Lei compone, scrive, suona, canta e si esibisce perché ha bisogno di farlo e perché lo sa fare. È una delle tante prove viventi che non conta quanto sei capace di fare, ma come lo fai. Jesca Hoop non sa cantare e suonare nel senso che ha i mezzi tecnici di una professionista di livello, ma nel senso che sa creare un’atmosfera e riempirla di sé stessa e delle sue emozioni, sa farlo in modo originale e creativo e sa coinvolgere chi ha davanti in modo immediato e diretto, ma non banale e scontato.

Chi è andato al Blackmarket a cercare la perfezione esecutiva, l’originalità sonora, la complessità compositiva, ieri è rimasto deluso. Chi ci è andato alla ricerca di una serata intensa, elegante, soffice e malinconica, si è trovato a casa. Una dozzina di brani da svariati lavori, alcuni dalla sua ultima pubblicazione, “Memories are now”, ma anche da “Hunting my dress” (una “Tulip” sontuosa), datato 2009, e un paio dal preziosissimo “Snowglobe” (“City bird”, cazzo!), EP del 2011; in qualche modo pezzi unici per ispirazione, umore e scelte di produzione, eppure ieri sera sarebbe stato difficile, per uno che non l’aveva mai sentita, riconoscere un pezzo recente da uno più datato: semplicemente, Jesca Hoop si è calata in un’atmosfera, un sentimento dolce, scuro e carezzevole e lo ha dipinto aggiungendo una pennellata dopo l’altra, cullando e coccolando i suoi ospiti.

Avrebbe potuto continuare a suonare per sei ore, nessuno si sarebbe stancato. Non è una musica che sfinisce, quella di Jesca Hoop, e lei non è il tipo di artista che mette chi la ascolta davanti all’abisso. Rachael Yamagata lo fa, e da un suo live si esce a pezzi. Jesca ti coccola, ti seduce e ti porta in un mondo notturno, vagamente dimesso e bellissimo. E fa lo stesso quando parla – sottovoce, con classe ed eleganza, riesce ad essere fine persino quando ti da indirettamente del “motherfucker”.

Non si esce distrutti da un concerto del genere. Si esce sedotti, riempiti, rilassati, anche se si avrebbe voluto avere di più. Si esce a fare due chiacchiere, tra di noi e con lei, a stringerle la mano ed a ringraziarla per la serata, bellissima e sottile, dolce e memorabile. Un concerto meraviglioso, un’artista meravigliosa.

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